Nell’immenso oceano che chiamiamo Internet, qualche anno fa è nato un progetto rivoluzionario: le shadow libraries.
Abbracciano una visione anarchico-idealista secondo cui le conoscenze umane debbano essere preservate e distribuite gratuitamente.
Forse tra qualche secolo l’intera umanità sposerà questo principio. Ma oggi, questa scelta comporta conseguenze legali non trascurabili.
Ogni volta che un libro entra in una shadow library, mesi di lavoro – di scrittura, revisione, pubblicazione – vengono potenzialmente resi inutili. Almeno dal punto di vista economico.
È per questo che chiunque si occupi di libri, che li scriva, li impagini o li venda, storce il naso davanti a queste pratiche.
Anzi, quasi chiunque.
Tim O’Reilly, fondatore di O’Reilly Media – storica casa editrice americana nel settore tecnologico – nel 2009 dichiarò di preferire che un libro venga letto, anche se ciò implica una diffusione non autorizzata, piuttosto che lasciarlo impolverare sugli scaffali.
Non si è limitato alle parole: ha rimosso il DRM – la protezione – da tutti i suoi ebook. Il risultato? Un aumento del fatturato del 104%.
La dimostrazione che chi ama davvero i libri, spesso li acquista volentieri, anche se può averli gratuitamente.
Sempre che i costi siano sostenibili e non siano pompati per sostenere altri progetti.
Tornando alle shadow libraries, da tecnico non posso che applaudire l’eleganza con cui sono state progettate.
A differenza dei classici siti di pirateria, qui gli ebook non sono conservati in un unico server centrale.
La rete è distribuita: ogni partecipante può decidere liberamente se contribuire o meno, condividendo la libreria, o parte di essa.
Parliamo di circa 40 terabyte di dati, una mole paragonabile a quella gestita dall’Archivio di Meditazione.
Il server principale si limita a inventariare i titoli, gestire i metadati e fornire i collegamenti ai mirror da cui scaricare i file.
In questo modo è molto più difficile colpirlo legalmente.
Diversi Paesi hanno cercato di arginare il “problema”. Finora, con risultati deludenti.
E poi ci sono le intelligenze artificiali.
Le AI di tutto il mondo sono state addestrate anche usando le shadow libraries.
Solo un paio di settimane fa, il giudice William Alsup, nome leggendario per chi lavora nell’IT, ha stabilito le AI possono essere addestrate usando libri.
Ha affermato che sono «come un aspirante scrittore che legge opere per creare qualcosa di nuovo».
Ovviamente i libri devono essere acquistati e non scaricati in modo pirata.
All’interno del modello – il “cervello” dell'AI – ogni frase viene smontata, scomposta e convertita in vettori numerici.
Una AI non potrebbe mai restituire per intero La Divina Commedia, neanche volendo.
Non perché sia vietato, ma perché letteralmente non ne conserva una copia leggibile: solo rappresentazioni matematiche.
A questo punto vi chiedo: condividereste tutte le conoscenze dell’Archivio di Meditazione con un’AI?
Accettereste il rischio di perderne il controllo?
O secondo voi è meglio custodirle ancora chiuse nella cassaforte dell’Archivio?
Personalmente, non ho ancora trovato in me una risposta.