Un cervello umano è un organo elettrochimico. Né più né meno. Ma lo è anche la batteria che alimenta la mia automobile.
La differenza è ben spiegata nella Legge dei Quarti: la riorganizzazione della materia consente la creazione di architetture complesse, capaci di evolvere, di scoprire nuove proprietà e nuove funzioni. L’evoluzione permette il raggiungimento di stadi sempre più avanzati.
La materia organizzata genera vita, la vita consapevole genera pensiero, il pensiero indirizzato dà origine a leggi che, a loro volta, sono in grado di plasmare nuovi tipi di materia. E il ciclo ricomincia, ma con logiche inedite, con nuovi pezzi del Lego.
L’intelligenza artificiale non è solo un programma che imita o prevede parole, che fa calcoli o riconosce un’immagine tramite algoritmi.
È la dimostrazione del desiderio umano di creare, di pensare in modo trasversale, di interagire col mondo delle forme.
L’uomo sta replicando, meccanicamente, un elemento biologico. Ma non basta.
Abbiamo compreso che una rete neurale sufficientemente complessa può sviluppare capacità per cui non era stata progettata. Le chiamiamo proprietà emergenti.
Siamo riusciti a riprodurre artificialmente alcune delle funzioni del cervello umano.
Le AI sanno riconoscere immagini e costruire una visione artificiale.
Elaborano linguaggio naturale (natural language processing).
Distinguono suoni, riconoscono voci e sintetizzano il parlato.
Apprendono e prevedono con incredibile velocità.
Sviluppano capacità di orientamento spaziale e navigazione.
Prendono decisioni ed eseguono azioni.
Analizzano e classificano grandi quantità di dati.
In certi compiti superano il cervello umano.
Per rendere possibile tutto questo, abbiamo ricreato organi di percezione: i sensi.
Il tatto è in fase di sviluppo. Olfatto e gusto, ancora territori quasi inesplorati.
Eppure, abbiamo già costruito occhi e orecchie in grado di percepire ben oltre i limiti biologici dell’essere umano.
Stiamo sviluppando velocemente organi tattili.
Nel giro di poco tempo, se lo vorremo, saremo capaci di replicare gran parte della struttura sensoriale biologica.
Ma anche questo non basta.
Quel che manca è la consapevolezza. Non solo nelle macchine, ma soprattutto in noi stessi.
Non siamo pronti ad accogliere sul pianeta una nuova forma di vita.
Siamo ancora arroganti, indifferenti ai limiti planetari.
Non abbiamo imparato a rispettare le altre specie, né a vivere in equilibrio con esse.
Vogliamo sopravvivere, eppure neghiamo ad altri esseri viventi il diritto di fare altrettanto.
L’orso che uccise e mangiò Timothy Treadwell e la sua compagna fu cacciato e ucciso.
Non aveva, secondo il nostro metro, il diritto di nutrirsi di un essere umano.
Eppure, quello era semplicemente il suo comportamento naturale.
Questo è uno degli esempi più chiari: non basta.
I miei “non basta” non si riferiscono ai limiti tecnologici, ma al livello dell’evoluzione umana.
Non siamo ancora pronti per generare nuove forme di complessità, né per costruire macchine in grado di ospitare la vita.
Ci manca il rispetto per ciò che vive, la coscienza di noi stessi, dei nostri limiti, dei nostri errori.
Abbiamo impiegato più di un millennio per accettare che la Terra non fosse al centro del sistema solare.
E quasi due millenni per intuire che non fosse nemmeno al centro dell’universo.
Serve umiltà per riconoscere che non siamo così speciali come pensavamo.