Non so bene per scelta di chi sono stato assegnato al gruppo Donati delle Connessioni, credo di Piovra.
Un gruppo o un altro, in fondo, non fa molta differenza.
Se c’è qualcosa che amo fare, è andare a fondo nelle questioni: che le abbia scelte io o che me le trovi semplicemente davanti, non importa.
Mi piace osservarle, analizzarle, criticarle e cercare di viverle con più consapevolezza possibile.
Credo che gli articoli che scrivo siano la dimostrazione concreta di questo modo di vivere.
Dopo anni, sono arrivato a provare una profonda avversione per come il mio gruppo sta affrontando il lavoro sulle caratteristiche di popolo.
Da sempre, prendiamo i talenti e le qualità positive delle persone e li inseriamo in un cristallo. Ma più andiamo avanti, più sento che sia un modo sbagliato di approcciare la questione.
Mi ricorda molto ciò che accadde quando Wöhler riuscì a sintetizzare l’urea in laboratorio.
All’inizio dell’Ottocento si pensava che esistessero due chimiche separate: una organica, legata alla vita, e una inorganica, del mondo minerale.
Le sostanze prodotte da un organismo, secondo quella visione, non avevano nulla a che vedere con la materia “morta”.
Poi arrivò Wöhler e dimostrò il contrario, mandando su tutte le furie i vitalisti che difendevano con le unghie e coi denti la separazione tra le due chimiche.
Oggi, molti ritengono che esista una sola chimica, semplice, lineare, onnicomprensiva.
Ecco, io credo che il gruppo stia facendo lo stesso errore: distinguere troppo nettamente ciò che siamo, separando a forza ciò che è bene da ciò che è male.
Lo trovo un atteggiamento tipico di chi è ancora legato a logiche antiche, a culture che non reggono la complessità dell’essere umano.
Non siamo solo il nostro talento più luminoso o la nostra qualità più apprezzabile.
Siamo anche le fragilità, le incoerenze, le contraddizioni che ci abitano.
Una persona che sa tenere insieme un sorriso generoso e un tratto di cinismo, che sa essere brillante ma anche goffa, coerente eppure piena di tentennamenti, è molto più reale – e molto più interessante – di un’icona ritagliata per far brillare solo i suoi lati migliori.
Conoscere qualcuno davvero significa accogliere anche ciò che stona, ciò che non si incastra, ciò che a volte ferisce.
È lì che, secondo me, si trovano le connessioni più vere.
In alchimia, ogni elemento è fondamentale.
Ricordo una sera in cui Falco disse: “Chernobyl l’abbiamo causata noi. Sono andato nel Tempio e ho usato alcuni elementi per far generare l’evento.”
Era – a suo dire – l’unico modo per mettere in guardia l’essere umano.
Me lo immagino come uno chef stellato: qualche goccia di ottimismo, un pizzico di presunzione, una spolverata di voglia di potere e della sottile arroganza.
“Et voilà! Une recette parfaite pour faire exploser un réacteur nucléaire.”
Da quell’evento nefasto l’uomo imparò a temere quella tecnologia e, forse, a rispettarla.
In questo momento, anche se ne avessimo la consapevolezza, non potremmo fare molto. Neanche volendo, perché stiamo raccogliendo solo quel che vi piace.
Non parlo di reattori nucleari da far detonare. Parlo di utilizzare gli eccessi per bilanciare ciò che manca o abbonda.
Mi sarebbe piaciuto affrontare questo lavoro tenendo in considerazione non solo gli aspetti positivi – imposti dal metodo – ma la totalità dell’essere umano.
Credo che Falco abbia scelto questo metodo per permetterci di tenere la testa sotto la sabbia, per non darci la scusa di evidenziare i difetti piuttosto dei pregi, ma non sono più disposto a seguire il suo metodo.
A differenza degli altri, a me intervistare le persone piace molto.
Mi è capitato di passare più di quattro ore con persone che conoscevo appena e che avevano voglia di affrontare seriamente questo lavoro.
E non mi è mai pesato.
Si creano legami umani importanti, ci si apre all’ascolto, emergono elementi altrimenti sepolti dai doveri quotidiani.
A volte ho conosciuto persone meravigliose come Pantera, che mai avrei potuto scoprire.
Preferisco dedicare il mio tempo a chi ha voglia di affrontare questo lavoro con profondità e coraggio, piuttosto che restare invischiato in dinamiche che sanno troppo di medioevo.
È lì che comincia il vero lavoro, ed è lì che io scelgo di stare.
“Meglio soli che male accompagnati.”
E se non è possibile, perché il gruppo viene prima di tutto, bye bye gruppo donati.
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