“Sparviero, cosa fa di te l’essere un damanhuriano?”
La reputo una domanda importante, e credo valga la pena rifletterci.
C’è una bella differenza tra essere Damanhur ed essere damanhuriano.
Sarebbe piuttosto semplice – e forse anche divertente – realizzare un questionario che permetta alle persone di soppesare la loro damanhurianità.
La questione riguarda tutti e quattro i Corpi, ma prendiamo come esempio il Corpo Sociale.
Ci sono persone che amano profondamente la vita comunitaria e la condivisione.
Amano prendersi cura degli altri. O prendersi cura dei territori, delle case, delle piante.
Cercano soluzioni per vivere meglio, per semplificare, alleggerire, far risparmiare.
C’è chi mette a disposizione i propri talenti artistici per rendere ogni muro qualcosa di unico al mondo. O per rendere una casa più pulita e ordinata.
Qualcuno, spesso, è costretto ad andare lontano da casa per portare l’idea del Sociale nel mondo, affinché altri possano fare la scelta di unirsi a noi.
Nel lavoro sul Popolo che stiamo portando avanti come Donati, emerge una netta predominanza di caratteristiche collegate alle relazioni.
Esprimiamo in egual misura la ricchezza positiva e quella negativa. Fa parte del gioco.
Per questo, c’è chi ha scelto di allontanarsi dal Sociale, dopo aver ricevuto una coltellata di troppo.
E di coltellate potremmo parlarne per settimane.
Ci sono persone che partecipano contestando ciò che reputano sbagliato.
Spesso la “testa” li addita come disturbatori, perché danno fastidio, perché vengono ritenuti graffianti, divisivi.
A mio avviso, sono molto più sociali loro di chi sta zitto e passa il tempo a lamentarsi a bassa voce.
Magari ci vuole gentilezza, ma a Damanhur c'è anche chi la usa per tradire, schiacciare, corrompere.
Eppure raramente ho sentito qualcuno lamentarsene. Quanto odio i politici. La mia non è intolleranza, è una vera e propria allergia.

Mi dicono che si è scelto di rendere obbligatoria l’espressione di un voto alle elezioni dei Nial, pena la perdita del grado.
E di vietarla a chi non soddisfa certi requisiti.
Ancora una volta, non mi trovate d’accordo.
Iena, anni fa, mi regalò una torta di compleanno con su scritto “Odio tutti da 48 anni”.
Oggi starebbe meglio la scritta: “Non sono d’accordo.”
Non sono d’accordo con voi, perché credo molto di più nelle scelte che nascono dal convincimento personale.
Se una persona non vuole votare i Nial, dovrebbe essere libera di non farlo.
E se non lo fa, è giusto chiederle delle motivazioni che possano diventare consigli per rendere tutti più partecipi.
Troppo comodo, troppo rischioso, troppo superficiale dire: “Votano solo i comunitari.”
Questo era un metodo che Falco si permetteva di usare.
Ma Falco è morto, e con lui dovrebbero morire anche questi metodi.
Sono veloci, sì. Ma dolorosi. Dividono. Allontanano.
Accoltellano indiscriminatamente tanto chi è a Damanhur da due giorni quanto chi ha speso una vita per sostenerLa.
Dal mio punto di vista, semplicemente, non è giusto.
E porta chi governa in un solo luogo. Un vicolo cieco che ha, in fondo, uno specchio.
Quello specchio non riflette solo la nostra immagine, ma anche la strada che abbiamo percorso.
Mostra le scelte fatte, gli incarichi ricevuti, i pesi che abbiamo scelto di portare.
E se quel peso è divenuto insostenibile, è perché abbiamo sbagliato strada.
Scegliendo per gli altri. Imponendo. Maltrattando.
Cercando di snellire nel modo peggiore: dando ordini, invece di rendere consapevoli per poi delegare, invece che riporre fiducia negli altri.
Io, con il Sociale di Damanhur, non voglio più averci nulla a che fare.
Così come non voglio più avere a che fare con Piovra, Lodolaio, Sirena, Varano, Elfo... la lista si allunga ogni anno che passa.
Il motivo è semplice: dopo averne prese molte, stavo diventando insensibile alle coltellate.
Come un soldato che si abitua alla violenza, agli omicidi, agli stupri.
E io non voglio diventare insensibile.
Voglio continuare a infuriarmi quando vedo le ingiustizie.
Una volta avrei detto: “Voglio continuare a essere umano.”
Ora dico: “Voglio esserlo sempre di meno.”