Ho sempre pensato che la differenza tra ottimisti e pessimisti fosse una questione di visione.
Che alcuni vedessero il bicchiere mezzo pieno e altri mezzo vuoto, e che questa prospettiva determinasse poi tutto il resto.
Ma a un certo punto ho cominciato a sospettare che la causalità fosse invertita.
Non è l'ottimismo a generare l'azione.
È l'azione a generare l'ottimismo.
Quando mi siedo davanti a un monitor con l'intenzione di creare qualcosa, un programma, un articolo, qualsiasi cosa che prima non esisteva, succede qualcosa di strano.
Una parte di me che stava ferma si rimette in moto.
Non è un pensiero, non è una decisione razionale presa a tavolino. È un gesto.
Ed è da quel gesto che nasce lo stato d'animo, non il contrario.
Il libero arbitrio non sarebbe la libertà di pensare diversamente, ma la libertà di fare. E il fare retroagisce sul pensare.
Questo mi ha portato a riflettere su cosa distingua davvero un ottimista da un pessimista.
Non la visione del futuro, ma il rapporto con il movimento.
L'ottimista non riesce a stare fermo.
Si muove per creare, per cambiare, per aiutare, anche quando non sa bene dove sta andando.
Il pessimista tende invece all'immobilità: non solo fisica, ma soprattutto quella delle idee, degli schemi, della propria narrazione di sé.
Una staticità a tutto tondo.
Ma attenzione a non confondere l'immobilità con l'introspezione.
È una distinzione che mi sta a cuore.
C'è un tipo di movimento verso l'interno che è tutt'altro che pessimistico: è l'esplorazione, la curiosità rivolta verso se stessi, i dubbi esistenziali che si affrontano con coraggio.
Chi passa anni a interrogarsi sul senso delle cose non è un pessimista, è qualcuno che crede profondamente che valga la pena cercare.
Anche questa è una forma di ottimismo, forse la più radicale.
La chiusura pessimista è diversa.
Non è un andare a cercare qualcosa dentro di sé.
È un non voler mettere il naso fuori dalla stanza, metaforicamente, e a volte anche letteralmente.
Non è riflessione: è rifugio.
Una fortezza costruita non per proteggere qualcosa di prezioso, ma per evitare il contatto con il mondo.
Il pessimista puro non esplora né fuori né dentro.
È immobile in senso pieno, non geograficamente, ma esistenzialmente.
E il libero arbitrio, in tutto questo, dove si trova?
Forse non nella grande scelta filosofica tra ottimismo e pessimismo.
Forse sta nel gesto piccolo e concreto: alzarsi, aprire il computer, iniziare.
Quel momento in cui il corpo si muove prima ancora che la mente abbia deciso.
Non è ancora un pensiero, è una direzione.
L'atto di creare qualcosa che non esisteva prima è centrifugo per definizione: proietti qualcosa di te nel mondo.
E in quel preciso momento, anche se non te ne accorgi, stai scegliendo da che parte stare.
Non stai scegliendo di essere ottimista ma stai incarnando una parte di Dio.
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