Dopo l’ennesima uscita con Gnomo, mi sono svegliato pensando al dubbio.
La sensazione che ho è che entrambi siamo nati e cresciuti in un contesto magico-esoterico, dove magia ed esoterismo non esistevano per generare mistero, dipendenza o, peggio ancora, rispetto verso il maestro. Erano piuttosto spesse tende di velluto che celavano frammenti di verità da conquistare.
Io, come credo anche lui, ho passato la mia (quarta) vita ricercando il bordo di quella tenda per poterlo afferrare e spostare.
A cosa serve vivere se non per guardare oltre?
Alla base della ricerca, credo che il dubbio sia un elemento tanto pericoloso quanto fondamentale.

Se il seme del dubbio viene seminato in una mente già aperta, attecchisce.
Ma se la terra è compatta, ricca di dogmi, certezze identitarie e paure, il seme rimbalza oppure marcisce in superficie.
La compattezza, però, non dipende solo dal terreno. La stabilisce anche la stagione.
C’è un problema di tempo.
Il dubbio piantato in inverno, quando la terra è dura e spoglia, non attecchisce.
Se piantato troppo presto, prima che determinate conoscenze si siano trasformate in strutture concettuali su cui far leva, non produce pensiero critico.
Produce ansia, paura, repulsione, fanatismo.

Per scostare il velo del mistero bisogna imparare a seminare scegliendo non solo il momento giusto, ma anche il seme giusto.
Saper scegliere a quale dubbio dare attenzione, o quale dubbio regalare agli altri, può essere un gesto tanto amorevole quanto distruttivo.
Come capire quando è il momento giusto?
Si possono aspettare segnali: una crepa nel dogma, un momento di scoramento, una domanda che solca la superficie per andare in profondità. Ma sono indizi, non certezze.

Il dubbio regalato è quasi sempre sprecato, e spesso anche sbagliato.
Forse il metodo migliore è evocare il dubbio.
Non “ti faccio vedere che esiste una tenda che copre la luce”, ma piuttosto creare le condizioni perché l’altro la intraveda da solo.
È un metodo decisamente più lento, meno diretto e meno soddisfacente nell’immediato. Ma probabilmente la semina richiede proprio questo: tempo e pazienza.
Il contadino prepara il terreno, aspetta, lo nutre, aspetta ancora, e solo quando le condizioni sono giuste semina.
Per portare gli altri verso una maggiore consapevolezza servono tempo, pazienza ed esperienza nel genere umano.
Elementi di cui, temo, sono ancora largamente sprovvisto.

A questo punto, ironia della sorte, ho un dubbio.

Forse alla base della ricerca non c’è il dubbio.
Forse il dubbio nasce spontaneamente quando il terreno interiore delle persone è pronto ad accoglierlo.
Magari, quando un dubbio attecchisce davvero, smette di essere solo un seme.
Diventa parte della struttura su cui costruire nuove domande.
Ed è proprio quando questi semi diventano struttura che nasce qualcosa di più complesso: un sistema di idee, di connessioni, di significati che cercano di sostenersi a vicenda.

La magia della Torre

Immagina un contesto nel quale, giorno dopo giorno, ti arricchisci di conoscenze.
La Scuola di Meditazione di Damanhur crea molte strutture portanti.
Per raggiungere il cielo, queste vengono aggregate e legate tra loro, creando impalcature a volte poco stabili.
Tutto questo costruisce qualcosa di sufficientemente solido… da poter vacillare.
E credo sia proprio lì, nelle giunzioni scricchiolanti, che possano emergere i primi meravigliosi dubbi.

C’è chi fugge, chi nega e chi indaga.
Non credo che qualcuno abbia più ragione di altri nella scelta che compie.
Sono scelte individuali.

Alcuni hanno interpretato quegli scricchiolii come segni di cedimento e hanno scelto di andarsene, cercando qualcosa di più solido e stabile.
Altri li hanno ignorati completamente, scegliendo di rimanere bambini e lasciando agli “adulti” la responsabilità di occuparsene.
E poi ci sono quelli che continuano a credere nella Torre.
Quelli che quello scricchiolio lo indagano, cercando modi per creare nuove connessioni che rendano la struttura più stabile.
Quegli abili scalatori io li chiamo architetti della consapevolezza.

Sono loro i coraggiosi che, nonostante gli scricchiolii, scalano la torre non solo per risolvere un potenziale problema, ma anche per sciogliere nodi e crearne di nuovi, più stabili, più affidabili e più coerenti con il resto della struttura.
Io credo ancora che le potenzialità siano molte.
Credo che si possano raggiungere altezze tali da poter osservare il Tutto con occhi da bambino.
Credo valga la pena rischiare, arrampicarsi, rendere tutto più coerente e meno scricchiolante.
Ma non troppo.
Perché non voglio privare gli altri della possibilità di scalare, indagare, scoprire che la Torre parla.
Non sono scricchiolii casuali.
Sono occasioni per essere coraggiosi, per modificare equilibri e baricentro, affinché anche una torre possa imparare a camminare.