Credo ci sia qualcosa che non torni nel modo in cui i vecchi damanhuriani stanno portando avanti “la lettera a Garcia”.

Quando Falco era vivo, l’obiettivo era fare. Fare.
Non importava se bene o male: l’importante era fare.
Fare ciò che diceva.
Fare tutto il possibile prima della sua morte.

Costruire la struttura, il wireframe di una macchina che avrebbe dovuto restare in piedi per millenni. Come se Falco avesse avuto il compito di creare l’impalcatura, lasciando poi ad altri il compito di riempire gli spazi.

Ed è qui che, secondo me, c’è qualcosa che non quadra: il modo in cui quegli spazi vengono riempiti.

Alcuni di noi hanno ricevuto istruzioni chiare su come andare avanti, attraverso i doni, le lettere o le chiacchierate con Falco. Ma portare avanti Damanhur come lo si faceva anni fa, con le stesse modalità, secondo me non funziona più.

Fare per il solo fatto di fare non incide sul tempo in profondità quanto vorremmo.

Ecco allora che si presenta la necessità di misurare l’efficacia di un’azione, di trovare una cartina di tornasole in grado di farci capire se ciò che stiamo facendo funziona oppure no.

Credo che le emozioni siano uno strumento efficace che dovremmo tenere maggiormente in considerazione.

Portare avanti un dono non significa solo dedicare un po’ di tempo a qualcosa che “va fatto”, ma osservare le emozioni che suscita in chi lo riceve, o nelle persone che quel dono lo “subiscono”.

Le emozioni sono cambiate nel corso degli anni?
Si sono intensificate?
Se usato con gli altri, quali emozioni genera il dono?

Dopo la morte del padre, arriverà il giorno in cui anche la madre morirà, in cui le letterine smetteranno di arrivare.
E se non saranno stati fatti i passi giusti, le persone rischieranno di sentirsi ancora più allo sbando.
Bisogna imparare a distinguere tra fedeltà alla forma e fedeltà allo scopo.
Si rischia di trasformare la "lettera a Garcia" in un rituale vuoto, replicato per inerzia.
Quando viene meno la fonte carismatica, continuare ad agire come se fosse ancora presente può diventare una stampella, non una forza.
Senza una nuova bussola (emotiva, relazionale, trasformativa), il fare rischia di diventare un automatismo che non regge nel lungo periodo.

Forse il passaggio che ci viene chiesto oggi non è smettere di fare, ma imparare a fare in modo diverso.
Non rinnegare ciò che è stato, ma avere il coraggio di verificare se ciò che facciamo continua davvero a servire allo scopo per cui era nato.
La “lettera a Garcia” non perde valore se viene riletta; lo perde se viene eseguita senza più ascolto.
La fedeltà più profonda non è alla forma, ma alla trasformazione che quella forma doveva innescare.
Se Falco ha costruito l’impalcatura, forse il nostro compito ora non è limitarci a mantenerla in piedi, ma abitarla, riempirla di senso vivo, misurabile nelle relazioni, nelle emozioni, nei cambiamenti reali che produce.
Non si tratta di rompere con il passato, ma di permettergli di evolvere.
Perché solo ciò che sa trasformarsi può davvero durare nel tempo.