C'è un dialogo che mi torna in mente spesso. Due batteri si incontrano nell'intestino di un impiegato qualunque. Uno guarda l'altro e chiede, con aria quasi filosofica: "Ma tu credi negli esseri umani?"
L'altro risponde, scrollando quello che presumibilmente sarebbe una spalla: "Ma va..."
Ho riso la prima volta che questo pensiero mi è balenato in testa. Poi ho smesso di ridere.
Perché in quel piccolo dialogo assurdo c'è qualcosa che brucia: noi siamo quei batteri. E non lo sappiamo.
Siamo abituati a porci la domanda sull'esistenza di Dio guardando verso l'alto. Come se Dio fosse una cosa lontana, un'entità esterna da scrutare con il cannocchiale della fede o della ragione. Ma raramente ci fermiamo a considerare il punto di vista inverso: e se la domanda giusta non fosse "Dio esiste?", ma "Di che natura siamo noi, rispetto a ciò che chiamiamo Dio?"
Il batterio non ha strumenti cognitivi per percepire l'essere umano. Non perché l'essere umano non esista - esiste eccome, e il batterio ci vive dentro, ci dipende, ne è parte integrante.
Il problema è di scala, di natura, di consapevolezza. Il batterio è funzionale all'essere umano senza essere consapevole dell'essere umano.
Eppure, attenzione: senza i batteri, il corpo muore.
Sono parte di noi. Non sono umani - non hanno coscienza, linguaggio, libero arbitrio - ma sono costitutivi di ciò che siamo.
Toglili, e l'uomo svanisce.
Questo mi ha fatto pensare a lungo.
L'ipotesi che voglio esplorare non è nuova nella storia del pensiero, ma trovo che venga spesso trattata con troppa leggerezza o, al contrario, con troppa solennità.
La prendo sul serio, senza riverenza e senza ironia: e se noi stessimo ad altro come i batteri stanno a noi?
Non nel senso letterale e banale che "siamo piccoli nell'universo" - quello lo sappiamo già e non ci dice nulla.
Intendo qualcosa di più preciso: e se facessimo parte di un organismo, di una realtà, di un'entità che chiamiamo Dio, allo stesso modo funzionale e inconsapevole in cui un batterio fa parte di noi?
Se così fosse, molte cose diventerebbero improvvisamente più coerenti.
Spiegherebbe perché Dio è così difficile da percepire: non è che si nasconde, è che la nostra scala di consapevolezza non è attrezzata per vederlo, così come il batterio non è attrezzato per vedere l'impiegato in cui vive.
Non è una questione di fede contro ragione. È una questione di natura.
Spiegherebbe anche perché siamo comunque parte di qualcosa, perché la vita ha una direzione, perché il senso esiste anche quando non riusciamo ad afferrarlo.
I batteri non capiscono la musica che ascoltiamo, ma contribuiscono al benessere del corpo che la ascolta.
Noi potremmo non capire il disegno complessivo, ma parteciparvi in modi che non riusciamo ancora a leggere.
Fin qui, il ragionamento è ancora passivo.
Siamo batteri, e allora?
Se la nostra condizione è quella di parti inconsapevoli di un tutto, la conclusione ovvia sarebbe l'rassegnazione: non possiamo capire, non possiamo fare nulla, siamo troppo piccoli.
Ma è qui che il ragionamento si rovescia, e diventa per me il punto più interessante.
I batteri non hanno scelta. Fanno quello che fanno per natura.
Non possono decidere di diventare consapevoli dell'essere umano, non possono scegliere di agire per il bene dell'organismo che li ospita: lo fanno o non lo fanno, per selezione, per caso, per necessità biologica.
Noi sì. Noi abbiamo il libero arbitrio.
E questa differenza non è un dettaglio. È tutto.
Se siamo parti di qualcosa di più grande, e se quella cosa di più grande è ciò che chiamiamo Dio, allora la domanda non è "Come faccio a credere in Dio?" - la domanda è "Come faccio a diventare più di quello che sono?"
Non mi basta riconoscere intellettualmente di far parte di un tutto.
Posso ripetermelo ogni mattina allo specchio, posso leggerlo in mille libri, posso annuire convinto - e restare comunque un batterio, che vive e agisce solo per se stesso, ignaro di tutto ciò che lo circonda e lo contiene.
La consapevolezza di Dio, se esiste una via per avvicinarsi ad essa, non passa per la testa. Passa per la vita.
Significa costruire i propri obiettivi, le proprie scelte, i propri valori in modo che abbracino qualcosa di più grande del sé.
Significa smettere di chiedersi "cosa c'è di buono per me?" come prima e unica domanda, e iniziare a chiedersi "cosa c'è di buono per qualcosa che mi supera?" - la famiglia, la comunità, l'umanità, il vivente, il futuro.
Non è un atto di rinuncia. È un atto di espansione.
Uso la parola magia con consapevolezza, non con ingenuità.
Il libero arbitrio è magia perché è l'unica forza nell'universo che conosco capace di trasformare la natura di chi la esercita.
Un batterio non può scegliere di diventare neurone.
Ma un essere umano può scegliere - giorno dopo giorno, scelta dopo scelta - di diventare qualcosa che non era.
Può scegliere di vivere per qualcosa che lo supera. E in quel gesto, qualcosa si trasforma.
Non so se questo si chiami illuminazione, grazia, santità, o semplicemente maturità.
Non ho un'etichetta da offrire. So che è in quella direzione che le tradizioni spirituali più profonde - spogliate di dogmi e sovrastrutture - sembrano tutte convergere: il sé si trova abbandonando il sé.
Si diventa parte di qualcosa smettendo di difendersi come se si fosse tutto.
Torno al mio dialogo.
I due batteri nell'intestino dell'impiegato non crederanno mai negli esseri umani.
Non è colpa loro. Non è nei loro mezzi.
Noi, però, abbiamo qualcosa che loro non hanno: la capacità di scegliere come vivere.
E quella scelta - se è autentica, se è coraggiosa, se punta davvero oltre il confine del sé - potrebbe essere esattamente il modo in cui un batterio, in circostanze del tutto straordinarie, inizia ad assomigliare a qualcosa di più grande.
Non so se Dio esiste nel modo in cui ce lo hanno raccontato. Ma sono abbastanza convinto che, se esiste qualcosa che possiamo chiamare con quel nome, la strada per avvicinarsi non sia credere - sia diventare.
E per questo, fortunatamente, abbiamo tutto ciò che ci serve.
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