Qualche anno fa andai da Falco.
Eravamo al Caffè d’Arte, in piedi a guardare oltre le finestre che davano sulla piazza.
Io ero piuttosto preoccupato e lui, notandolo, mi chiese il motivo.
«Tra poco finiremo di orientare le stelle, poi ci butteremo sui cluster, sulla galassia… Più ci allontaniamo, più rischiamo che i dati non siano sufficienti.»
Mi domandò: «Di cosa hai bisogno?».
Gli spiegai che stavano progettando un nuovo telescopio, il VLT, ma ci sarebbero voluti anni prima che fosse operativo.
Il rischio era di muoverci più velocemente di chi stava sviluppando gli strumenti necessari.
Sorrise e mi rispose: «Non preoccuparti, avrai tutto quello che ti serve.»
Dopo il James Webb, la meraviglia tecnologica che ci ha permesso di osservare l’universo come mai prima, l’ESO (European Southern Observatory) ha dato il via al progetto ELT.
Non sarà un telescopio orbitale, ma terrestre, costruito nel deserto di Atacama in Cile, a circa 3.000 metri di altitudine.
Il suo specchio primario, invece di essere unico, verrà realizzato grazie a una tecnica chiamata “specchio segmentato”: centinaia di elementi verranno assemblati fino a ottenere una superficie continua.
Esistono già telescopi con specchi di oltre dieci metri realizzati in questo modo, ma l’ELT quadruplicherà quella dimensione.
Verranno infatti montati 798 segmenti esagonali per ottenere una parabola di 39 metri di diametro.
Questa gigantesca impresa ci consentirà di studiare l’universo primordiale, le prime stelle e galassie, i pianeti extrasolari e persino le loro atmosfere con un dettaglio mai raggiunto prima.
La parte che più mi ha affascinato è il sistema ottico adattivo.
Per correggere le distorsioni create dall’atmosfera terrestre, l’ELT userà sei potenti laser che genereranno stelle guida artificiali nella mesosfera, a circa 90 chilometri di altezza.
I laser eccitano gli atomi di sodio presenti nell’aria, producendo così punti luminosi utilizzabili come riferimento in qualsiasi direzione, anche quando non ci siano stelle brillanti vicine all’oggetto osservato.
Le immagini di queste stelle guida vengono catturate da sensori speciali, detti del fronte d’onda, e analizzate in tempo reale da computer ultraveloci che calcolano la distorsione prodotta dall’atmosfera.
Sulla base di quei dati, un particolare specchio (M4) si deforma istantaneamente, correggendo le aberrazioni e restituendo immagini nitidissime, persino migliori di quelle ottenute da telescopi spaziali come Hubble o lo stesso James Webb.
L’M4 è lo specchio adattivo più grande mai costruito: misura 2,4 metri di diametro, è suddiviso in sei segmenti a forma di petalo e può modificare la propria superficie con una precisione di 50 nanometri, fino a mille volte al secondo.
Con il James Webb abbiamo socchiuso una porta su nuove conoscenze.
Con l’ELT forse la spalancheremo del tutto.
Sarà un altro miracolo tecnologico, capace di superare persino le potenzialità di ciò che oggi consideriamo il nostro strumento più avanzato.
Ripenso a quella mattina al Caffè d’Arte, alle finestre che davano sulla piazza e allo sguardo tranquillo di Falco.
Oggi posso dirlo con certezza: aveva ragione lui, non avevo alcun motivo di preoccuparmi.
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