Il Commodore-64 è stato per molti ragazzi della mia generazione un trampolino di lancio verso l’informatica, la programmazione e l’elettronica.
Con la complicità di mia madre, sempre attenta a stimolare i giovani a scoprire i propri talenti, ricordo il giorno in cui chiese a mio zio di prenderne uno alla Metro.
Lo collegammo a un vecchio televisore in bianco e nero e per anni giocai potendo solo immaginare i colori.
Poi, un giorno, ci diedero il permesso di collegarlo al televisore “nuovo” e scoprii che la schermata del C-64 era colorata. Wow.
Se all’inizio furono i videogiochi ad attirarmi, quelli che d’estate potevo gustare solo a suon di 200 lire, con il tempo scoprii le gioie della programmazione.
Mio cugino mi aveva mostrato un programma, una serie di parole e numeri che a prima vista non avevano senso, e mi aveva detto che tutto era scritto nel manuale del C-64.
Ancora oggi ricordo con nitidezza quella copertina blu e bianca.

In un’epoca in cui Internet era pressoché inesistente per il grande pubblico, quel libretto patinato e rilegato a spirale rappresentava la chiave per mondi nuovi.
Scrissi le mie prime righe di codice a otto anni.
“Ciao, come ti chiami?” … input … “Piacere di conoscerti, Luca”.
La sete di conoscenza mi condusse anche ai primi atti di pirateria.
Nella mia zona qualcuno aveva deciso di trasmettere via radio le cassette del suo C-64.
Ogni sera, immancabile l’appuntamento: un semplice registratore, una cassetta da 45 minuti e il tasto rec premuto con la speranza che non ci fossero interferenze.
“Cosa avrò registrato oggi? Sarà un gioco o un noiosissimo programma da ufficio?”
Ogni giorno era come Natale, dove il bello non era tanto il contenuto quanto l’attesa di scartare quel pacco misterioso.

Cercare informazioni era difficilissimo, soprattutto vivendo in un piccolo paese dove la biblioteca comunale non aveva un reparto tecnico.
Continuai a coltivare da solo quella passione fino al liceo, quando finalmente conobbi altri due o tre ragazzi nerd come me.
“I miei mi hanno regalato un nuovo disco per il pc. Ha 20 Mb!”
Oppure: “Hai sentito che hanno regalato un 286 a Giorgio? Dobbiamo andare a casa sua!”.
Con un amico ci scambiavamo programmi piratati sui floppy da 5.25, dischi da appena 360 KB.
Grazie a un piccolo programmino di analisi dischi, forzavamo i settori della FAT impostandoli come bad block.
Chi provava a leggere il disco lo credeva difettoso. Bastava però resettare lo stato a “regular block” e tutto tornava a funzionare. Che tempi.
Per imparare Pascal chiedemmo al professore di matematica, che entusiasta organizzò un corso pomeridiano.
Da lì i primi exe: ora potevo programmare, compilare, copiare su un disco e darlo agli amici, che l’avrebbero fatto girare su qualunque sistema DOS.
Ogni volta che acquisivo nuovi strumenti cresceva anche il desiderio di andare oltre, di unire aspetti tecnici diversi per creare qualcosa di nuovo e meraviglioso.

Quella sete di sapere mi accompagna ancora oggi.
Spesso mi stupisco di come molte persone non colgano le possibilità infinite che la tecnologia offre.
Mi chiamano per i motivi più disparati, dallo stampare un documento al capire come impostare un ciclo di lavaggio sulla nuova lavatrice.
Mi chiedo perché debba aiutare chi avrebbe già tutti gli strumenti per risolvere da sé il novanta per cento dei problemi.
L’integrazione di computer vision e LLM ha abbattuto un altro muro, rendendo il confine tra uomo e macchina sempre più sottile.
Se nell’era di Internet l’ignoranza era una scelta, l’era dell’intelligenza artificiale sembra incoraggiare la pigrizia, oltre che l’ignoranza.
Eppure, anche qui vedo una grande occasione.
Non importa se molti usano la tecnologia solo per comodità.
Ciò che conta è che ci sia ancora chi la guarda con meraviglia, chi la esplora, chi non smette di farsi domande.
Perché la vera bellezza non è perfezione né apparenza, ma scoperta, apprendimento, condivisione.
E io, di quella curiosità nata davanti a un televisore in bianco e nero collegato a un Commodore-64, non ho alcuna intenzione di liberarmi.

Qualche mese fa ho deciso di lanciarmi nell’avventura di creare il mio primo sistema RAG.
Perché? Feynman avrebbe risposto “What i cannot create, I do not understand.”
Ho preparato duecentomila documenti in formato raw text.
Dopo un paio di settimane di tempo macchina, gli embeddings erano pronti.
Un paio di giorni per scrivere il Python che gestisce le query.
Poi giù a ottimizzare il prompt per l’LLM incaricato di generare le risposte.
Una veloce configurazione di Ollama, un’interfaccia in PHP, e il progetto era completo.
Ho scritto la prima domanda, ho atteso che il modello venisse caricato ed elaborasse la risposta in base ai risultati trovati.
E leggendo quelle righe ho sentito scorrere di nuovo nelle vene la stessa gioia che non mi ha mai abbandonato.
È la stessa che provavo quando, bambino, dopo aver incasinato tutto con PEEK e POKE, scrivevo “SYS 64738” sul Commodore 64 e lo vedevo rinascere, pronto a ricominciare da capo.
Forse quella semplice sequenza mi ha insegnato più di quanto immaginassi.
Che non esistono errori davvero fatali.
Che la scelta di agire porta con sé soddisfazioni insostituibili.
E che in ognuno di noi esiste un invisibile reset, capace di dar vita a un nuovo io carico di entusiasmo.

E poi imparare cose nuove è la medicina più efficace contro la vecchiaia.