Una mia domanda ha fatto emergere una risposta che credo meriti qualche riflessione.
Ieri sera ho chiesto a Orango: “Damanhur non è mai stata una società meritocratica. Secondo te cosa serve o cosa manca per raggiungere questo (per me) passo fondamentale?”
Premetto che penso l’esatto opposto: ritengo che Damanhur sia stata, e sia tuttora, estremamente meritocratica.
Ho scelto di formulare un’affermazione nella quale non credo per valutare la capacità critica e l’intelligenza di chi mi avrebbe risposto, un po’ come si fa con un LLM.
La risposta che ho ricevuto, a mio avviso eccessivamente lunga e dispersiva, ricca di concetti ripetuti e deviazioni, la si può riassumere così: “Damanhur ha sempre voluto essere una società meritocratica e ha tentato di realizzarlo nel modo migliore.
Ora servono sentimenti, amore, autenticità relazionale”.
Non condivido questa risposta.
Ma andiamo per gradi.
Cos’è la meritocrazia?
È un sistema basato su regole precise.
A seconda di come queste vengono rispettate, si ricevono premi o punizioni.
La meritocrazia premia l’impegno, dà motivazione, crea un ambiente competitivo che stimola al miglioramento e appare più giusta del nepotismo o del privilegio ereditato.
È un linguaggio che la società moderna comprende bene: “meritare” restituisce un senso di equità.
Le persone che incarnano quelle regole, fino a diventarne l’espressione vivente, meritano un premio; al contrario, chi le ignora o le ostacola riceve una punizione.
È una logica che richiama la struttura dei tre regni della Divina Commedia: ogni scelta colloca ciascuno di noi in un diverso oltretomba.
Eppure non si può ignorare che, se le regole sono stabilite dall’alto, chi le formula diventa automaticamente l’arbitro del merito.
Questo rende fragile il sistema, perché il concetto stesso di “merito” non è universale, ma dipende da valori, culture e contesti.
La meritocrazia può così trasformarsi in un meccanismo punitivo più che educativo.
Non è mai neutrale: senza cittadini dotati di pensiero critico, diventa facilmente conformismo, più simile a un addestramento che a un percorso di crescita autentica.
Paradossalmente, la meritocrazia rischia di essere il modo più democratico per condurre le persone verso un appiattimento.
Persino Falco, più volte, ha manipolato la meritocrazia a proprio piacimento, per raggiungere obiettivi specifici.
Se erano obiettivi “di Popolo”, questo poteva avere senso.
Ma se erano obiettivi personali… beh, su questo varrebbe la pena discutere.
Molti vedono nella meritocrazia una buona soluzione per guidare ed educare, ma credo che nasconda insidie.
Le società meritocratiche non sono né giuste né sbagliate di per sé: dipendono sempre dalle regole che, di volta in volta, le colorano.
In particolare quando manca una cittadinanza capace di spirito critico, di analisi e di desiderio di miglioramento.
Una società meritocratica, quasi sempre, costruisce prigioni, perché ha bisogno di punire chi non si conforma.
E qui si apre il caso Damanhur.
Dopo la scomparsa di Falco, non ha voluto assumersi la responsabilità di punire chi danneggia, di mettere in evidenza mancanze e discrepanze rispetto a un giuramento che oggi, francamente, mi chiedo per quanti abbia ancora valore.
Molti, forse troppi, hanno dimostrato di avere più attenzione per Lui che per il Noi, segno che la meritocrazia di Falco era un meccanismo vivo e vigilante.
Quante lettere azzurre sono state consegnate? Quanti le hanno accettate?
E quanti invece le hanno scartate, non perché indesiderate, ma perché considerate prive di valore?
Quelle lettere non servivano a chi le riceveva: servivano a chi ancora non le aveva, come monito e stimolo.
Esiste un modello alternativo, ben rappresentato dal concetto di formicaio, inteso come organismo unico.
Non ha bisogno di meritocrazia, né di premi o punizioni, perché si regge sull’interdipendenza.
Ma in un formicaio l’individuo scompare: la libertà personale cede il passo ai valori comunitari.
È un modello che rischia di sopprimere creatività, errore, deviazione, quelle stesse variabili che spesso generano innovazione.
Funziona perché i fini sono elementari: nutrirsi, difendere il nido, riprodursi.
Ma non si può definire “evoluta” una società che usa la meritocrazia come termometro spirituale.
Resta allora la domanda: è possibile mettere il Noi prima dell’Io senza annullare l’individuo?
Oppure si può vivere mantenendo un focus personale sui valori comunitari, vigilando affinché la meritocrazia non diventi predominio, stimolando la competizione senza lasciarla degenerare in omologazione?
Potrà mai esistere un formicaio meritocratico?
La meritocrazia non è il punto di arrivo: al massimo, può essere un punto di partenza.
Una società sana non deve necessariamente porre il Noi prima dell’Io.
Se ci dimentichiamo dei nostri bisogni e dei nostri talenti, se rinunciamo a esprimerli solo per dare più importanza al Noi, stiamo sprecando la nostra vita.
Allo stesso modo, se viviamo esclusivamente centrati sull’Io, inseguendo impulsi e bisogni personali senza considerare il Noi, ci illudiamo di essere liberi quando liberi non siamo.
Come sempre, ci vuole equilibrio.
Ed è forse proprio lì, in quell’equilibrio fragile, che risiede la vera forza di una comunità: un Noi che cresce senza soffocare l’Ego, o un Ego responsabile che completa il Noi.
Forse la vera comunità non è né formicaio né arena meritocratica, ma un funambolo sospeso tra due estremi: il Noi e l’Io.
Cade chi si sbilancia troppo da una parte o dall’altra. Ma chi trova il ritmo, passo dopo passo, scopre che il filo non è una condanna: è la via per danzare sospesi.
0 Commenti
Accedi per lasciare un commento.