A volte mi chiedo se l’uomo sia davvero progettato per essere coerente con la propria natura.
Nello specifico, stavo riflettendo sulla potatura sinaptica.
I meccanismi che determinano l’attivazione dell’apoptosi cerebrale sono complessi, ma c’è un elemento che ha catturato particolarmente la mia attenzione. Uno dei più affascinanti riguarda la modalità con cui il cervello “decide” se una sinapsi debba essere mantenuta o fagocitata.
Se la logica suggerisce che ciò che non viene utilizzato vada rimosso, la pratica è più sottile. Quel che conta non è l’inattività in sé, ma la differenza di potenziale espresso.
Se su un neurone sono presenti due sinapsi ed entrambe risultano inattive, entrambe verranno mantenute. Ma se solo una delle due si attiva, questa differenza sarà sufficiente a far puntare il “dito biologico” sulla sinapsi meno utile, che verrà eliminata.
Il cervello consuma circa il 20% dell’energia prodotta dal nostro corpo: non può permettersi sprechi. Ogni sinapsi attiva merita di essere mantenuta, al contrario di quelle silenti. Sto semplificando molto, ma trovo questo comportamento estremamente interessante.
E nella società?
Non mi sembra che questa regola sia altrettanto attiva. Mi è capitato spesso di trovarmi in contesti in cui le persone erano, per così dire, “spente”: senza interessi, senza sogni, senza aspirazioni. In queste situazioni ho notato, da un lato, un rafforzamento dei legami tra sinapsi spente e, dall’altro, una tendenza a voler eliminare la sinapsi attiva, come se questa generasse uno squilibrio nell’apatia generale.
“Cells that fire together, wire together.”
In bene e in male?
Può una sinapsi attiva dare fastidio alle altre? Dal punto di vista biologico verrebbe da rispondere “no”. Dal punto di vista sociale, invece, sembra quasi la regola. L’autopreservazione pare allora determinata dallo stato attivo o spento delle persone che ci circondano.
Forse questo comportamento è alla base di molti studi sull’apprendimento infantile. Prendi un bambino con un Q.I. basso e mettilo in una classe di geni: è probabile che migliori sensibilmente. Prendi un genio e mettilo in una classe di mediocrità diffusa: quella genialità rischierà di spegnersi come una candela in una tempesta.
Forse siamo tutti neuroni che rischiano di morire soffocati dalla mediocrità umana.
Forse non possiamo scegliere il contesto in cui nasciamo, ma possiamo scegliere quello in cui restiamo.
Possiamo decidere se spegnerci per adattamento o restare attivi anche quando l’ambiente tende all’inerzia. Ogni interesse coltivato, ogni domanda posta, ogni idea messa in discussione è una sinapsi che si rafforza. Essere “attivi” ha un costo: espone, disturba, rompe equilibri comodi. Ma è anche l’unico modo per crescere.
Il cervello premia ciò che funziona, non ciò che si conforma. Forse dovremmo imparare da lui: circondarci di stimoli, accettare il conflitto creativo, difendere ciò che ci accende. Perché non siamo condannati alla potatura della mediocrità. Finché scegliamo di pensare, di imparare e di restare curiosi, nessuna sinapsi vitale è davvero destinata a morire.
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