Nel 1950 Alan Turing scrive il meraviglioso articolo “Computing Machinery and Intelligence”.
Oltre all’impressionante capacità di intuire gli sviluppi futuri dell’intelligenza artificiale, emergono alcune idee che, ancora oggi, credo meritino di essere analizzate e discusse.
Dopo aver chiarito la definizione di macchina, evitando di renderla eccessivamente inclusiva, Turing si pone una domanda fondamentale: quale sia la strategia migliore per renderla intelligente.
La bellezza e la chiarezza del suo pensiero fanno venire i brividi.
Idealmente devono esistere programmi di base da inserire all’interno della macchina.
Su queste fondamenta verranno poi innestate le esperienze, che permetteranno alla macchina di far evolvere gli stessi programmi di base.
Il metodo suggerito è quello della creazione di macchine bambine, in grado di crescere e svilupparsi in modo autonomo.
Facciamo ora un salto di settantacinque anni e arriviamo ai giorni nostri.
Grazie alle innovazioni tecnologiche nel campo della computer science, siamo riusciti a creare “programmi” capaci di simulare, almeno in parte, il ragionamento umano.
Abbiamo ideato sistemi in grado di crescere, replicarsi, modificarsi e migliorarsi autonomamente, senza un intervento umano diretto.
Eppure qualcosa manca.
Manca ancora l’intelligenza, per come noi la intendiamo.
È interessante osservare come oggi si cerchi di individuare la causa di questa imperdonabile carenza.
Dal mio punto di vista, ciò che manca a una macchina per far scoccare la prima scintilla di intelligenza sono i sensi.
Alla fine dell’Ottocento nasce Helen Keller.
All’età di diciannove mesi si ammala, probabilmente di meningite, e rimane cieca e sorda.
Questo doppio handicap la rende muta, poiché incapace di replicare con la voce ciò che non può sentire.
In uno dei libri che scriverà molti anni dopo, Helen afferma che le idee e la comprensione del mondo — che preferisco chiamare consapevolezza — nascono da stimolazioni sensoriali tattili. In particolare racconta dell’acqua fredda che le scorreva sulla mano e che le permise di comprendere il concetto stesso di “acqua”.
Kandel diceva: “Noi siamo ciò che siamo grazie a ciò che apprendiamo e, soprattutto, a ciò che ricordiamo”.
Sono d'accordo, ma credo che alla base di questo aforisma si dia per scontata l'importanza dei sensi.
Sono proprio i sensi che generano idee.
E questa potrebbe essere la chiave che ancora ci manca.
Per generare quella prima scintilla sarebbe necessaria un’intelligenza artificiale sufficientemente complessa da potersi modificare autonomamente, installata all’interno di un corpo — una embodied AI — dotato di un certo numero di sensi, naturalmente collegati all’AI stessa.
Ma il cuore del discorso non riguarda davvero l’intelligenza artificiale o la robotica.
Il cuore siamo noi.
Nel percorso di Meditazione di Falco sono stati introdotti corsi pensati per stimolare la “ri-germinazione” di sensi atrofizzati, insieme a pratiche volte a favorirne la formazione e la rieducazione.
In modo non dissimile dall’esperienza di Helen Keller, si è cercato di superare il limite di un doppio handicap, insegnandoci ad adattarci alla nostra condizione, talvolta affiancando strumenti da utilizzare come stampelle per gli zoppi o occhiali per i miopi.
Il risveglio di questi sensi permette, inevitabilmente, il concepimento di nuove idee.
Ed è proprio questo il vero cuore del discorso.
Oltre alla stimolazione dei sensi meno utilizzati, come il tatto o l’olfatto, la riattivazione dei sensi interni potrebbe rappresentare la chiave necessaria per compiere passi che, da secoli, nessuno è più riuscito a fare.
Studiare non significa accumulare nozioni, così come ricercare non significa soltanto analizzare ciò che già esiste.
Studiare e ricercare, oggi più che mai, vuol dire allenare la propria capacità di sentire, di osservare il mondo con strumenti nuovi e, soprattutto, con sensi rinnovati.
Osare mettere in pratica ciò che si è appreso è il primo passo.
Osare dare spazio alle idee fresche che nascono quando i sensi si risvegliano è il secondo, ed è spesso quello più difficile.
Le grandi intuizioni non nascono mai nel vuoto: emergono quando conoscenza ed esperienza si incontrano, quando la teoria scende nel corpo e diventa pratica.
È lì che accade qualcosa di irripetibile.
Per questo vale la pena continuare a studiare, continuare a ricercare e, soprattutto, continuare a sperimentare.
Perché ogni senso ritrovato è una porta che si apre, e dietro quella porta potrebbe esserci l’idea che ancora non sappiamo di stare cercando.
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