Qualche giorno fa, a un mio commento in cui profetizzavo l'integrazione dell'AI in ogni ambito lavorativo, un utente ha risposto "nessuna IA al mondo potrà mai sostituirmi per un intervento di idraulica".
Parliamone.
C'è un'enorme differenza dai primi giorni in cui abbiamo pensato l'AI a come oggi l'AI funziona.
Originariamente, l'AI venne concepita come una reale intelligenza in grado di adattarsi a qualunque mondo, ma non avevamo la più pallida idea di come realizzarla.
Oggi è ancora così.
Il motore scacchistico Deep Blue non faceva altro che individuare quale fosse la mossa migliore prevedendo una certa profondità di gioco.
McCarthy, l'inventore del termine Artificial Intelligence, definì quel comportamento "imbrogliare": avevano usato metodo che con l'idea originale di AI non c'entrava proprio nulla.
Quel che oggi siamo in grado di fare, è addestrare sistemi utilizzando elementi determinati.
Per far si che una IA dentro un robot sia in grado di cucinare un paio di uova al tegamino, bisogna addestrarla a maneggiare il padellino, a dosare la forza per tagliare il burro e per maneggiare le uova.
Ma se sostituiamo il padellino con una pentola di ceramica senza manici, il robot si troverà in difficoltà.
Vorremmo arrivare al punto in cui una AI impara, capisce, si evolve semplicemente usando il ragionamento.
L'obiettivo è generare sistemi in grado di creare nuovi percorsi pseudo-sinaptici proprio perché immersa in contesti nuovi, dove l'AI non si è mai trovata prima.
Ci stiamo provando, ma non abbiamo la più pallida idea di come renderlo possibile.
Ecco allora la soluzione.
Adattare il sistema affinché venga inserito in un contesto creato a misura d'uomo.
Se insegno le regole della strada, se fornisco immagini tridimensionali, se applico regole fisiche ben precise e note, allora una IA sarà in grado di guidare un'auto e districarsi all'interno di una qualsiasi strada del mondo.
Posso farlo perché le strade sono costrutti creati dall'uomo, per l'uomo.
Allo stesso modo, se oggi possiamo permetterci di pensare un impianto idraulico domestico in un certo modo perché solo gli uomini ci lavorano, il passo successivo sarà creare impianti dove uomini e macchine abbiano pari libertà e capacità di intervento.
Il grosso rischio è la tentazione di escludere l'umano.
A livello aziendale, se creo un impianto dove solo le macchine possono intervenire, magari solo le "mie" macchine, automaticamente mi garantisco l'appalto di manutenzione degli impianti che realizzo.
E questo si traduce in "più soldi per me, meno libertà per te".
Questo è il grosso rischio nel quale corriamo.
Alla base c'è un fine comprensibilmente becero: soldi, potere, disparità.
La grande sfida non è creare una reale intelligenza artificiale, quella che oggi identifichiamo con il termine AGI, ma è scegliere la strada giusta da percorrere affinché diventi un'estensione di tutta l'umanità e non uno strumento di controllo per pochi.Qualche giorno fa, a un mio commento in cui profetizzavo l’integrazione dell’AI in ogni ambito lavorativo, un utente ha risposto: “nessuna IA al mondo potrà mai sostituirmi per un intervento di idraulica”.

Parliamone.

C’è un’enorme differenza tra i primi giorni in cui abbiamo iniziato a immaginare l’AI e il modo in cui oggi l’AI funziona realmente.
In origine, l’intelligenza artificiale venne concepita come una vera intelligenza, in grado di adattarsi a qualunque mondo. Il problema è che non avevamo — e in parte non abbiamo tuttora — la più pallida idea di come realizzarla.

Il motore scacchistico Deep Blue, per esempio, non faceva altro che individuare la mossa migliore prevedendo una certa profondità di gioco. John McCarthy, l’inventore del termine Artificial Intelligence, definì quel comportamento una forma di “imbroglio”: era stato utilizzato un metodo che con l’idea originaria di AI non c’entrava quasi nulla.

Quello che oggi siamo in grado di fare è addestrare sistemi utilizzando elementi determinati e ben circoscritti.
Per fare in modo che un’IA inserita in un robot sia capace di cucinare un paio di uova al tegamino, bisogna addestrarla a maneggiare un padellino, a dosare la forza per tagliare il burro, a gestire correttamente le uova. Ma se sostituiamo il padellino con una pentola di ceramica senza manici, quel robot si troverà immediatamente in difficoltà.

L’obiettivo ideale sarebbe arrivare a un’IA che impari, capisca e si evolva semplicemente usando il ragionamento. Un sistema capace di creare nuovi percorsi pseudo-sinaptici proprio perché immerso in contesti nuovi, mai incontrati prima.
Ci stiamo provando, ma la verità è che non sappiamo ancora come rendere questo scenario possibile.

Ed ecco allora la soluzione che stiamo adottando.

Adattare il sistema affinché venga inserito in un contesto creato a misura d’uomo. Se insegno le regole della strada, se fornisco immagini tridimensionali, se applico regole fisiche ben definite e note, allora un’IA sarà in grado di guidare un’auto e di districarsi all’interno di qualsiasi strada del mondo. Posso farlo perché le strade sono costrutti creati dall’uomo, per l’uomo.

Allo stesso modo, se oggi possiamo permetterci di progettare un impianto idraulico domestico in un certo modo è perché, fino a ora, solo gli esseri umani ci lavorano. Il passo successivo sarà creare impianti in cui uomini e macchine abbiano pari libertà e pari capacità di intervento.

Il vero rischio è la tentazione di escludere l’umano.

A livello aziendale, se creo un impianto in cui solo le macchine possono intervenire — magari solo le mie macchine — mi garantisco automaticamente l’appalto di manutenzione degli impianti che realizzo. E questo si traduce in “più soldi per me, meno libertà per te”.

È questo il rischio più grande che stiamo correndo.

Alla base c’è un fine comprensibilmente becero: soldi, potere, disparità.
La grande sfida non è creare una reale intelligenza artificiale — quella che oggi identifichiamo con il termine AGI — ma scegliere la strada giusta affinché diventi un’estensione di tutta l’umanità, e non uno strumento di controllo nelle mani di pochi.
La domanda, quindi, non è se l’AI potrà sostituire un idraulico.
La domanda è chi deciderà come saranno fatti i tubi, le chiavi, gli impianti e le regole del gioco.
Se lasceremo che il mondo venga ridisegnato solo per le macchine, l’uomo non verrà solo “sostituito”: verrà semplicemente reso incompatibile.
E se/quando accadrà, non sarà il progresso ad aver vinto, il colpevole non sarà la tecnologia, ma coloro che hanno deciso chi può partecipare e chi no.