Stavo riflettendo sul concetto matematico di singolarità.
Ho cercato di sovrapporre questa idea all’ambito della fisica esoterica, intesa non come disciplina scientifica, ma come linguaggio per descrivere ciò che precede o eccede l’esperienza ordinaria.
In questo senso, le leggi primeve — quelle prodotte dalle divinità — possono essere considerate singolarità stabili?
Se non sono immerse nel mare del tempo, probabilmente ha poco senso tentare di valutarne la stabilità.
Una singolarità fuori dal tempo non “resiste”, semplicemente è.
Il discorso cambia quando si osservano le leggi derivate, quelle che iniziano a operare in un contesto temporale, relazionale, dinamico.
Qui la stabilità diventa una proprietà osservabile, e soprattutto negoziabile.
L’idea che mi sono fatto è che una legge, in quanto sottoprodotto, non abbia come finalità l’immutabilità, ma la combinazione.
Una legge esiste per incontrarne altre, spesso incompatibili, spesso (come lei) instabili.
Da questi incontri nascono armistizi: configurazioni temporanee, singolarità instabili che tendono alla stabilità senza mai coincidere pienamente con essa.
Un armistizio non è pace definitiva.
È come l’equilibrio di un corpo che cammina: ad ogni passo perde la stabilità per ritrovarla subito dopo, senza mai fermarsi davvero. Se si fermasse, cadrebbe.
Allo stesso modo, l’instabilità non è un difetto del sistema, ma la condizione che rende possibile il movimento.
È la singolarità instabile, infatti, a permettere l’espressione del libero arbitrio.
Diventa il terreno su cui può manifestarsi ogni forma di cambiamento evolutivo, offrendo all’espressione vitale la possibilità di direzione, deviazione, scelta.
Senza instabilità non esiste evoluzione, ma solo ripetizione.
Eppure, ricerchiamo costantemente uno stato di singolarità stabile, come se rappresentasse una certezza evolutiva, il traguardo finale.
La stabilità viene percepita come l’obiettivo ultimo, il punto di arrivo, la fine del conflitto tra forze opposte.
Trovo plausibile l’ipotesi che non esista un’unica stabilità, ma che possano esisterne un numero virtualmente infinito: divinità differenti, leggi differenti, armistizi differenti, singolarità differenti.
Ogni sistema potrebbe ricercare e ottenere la propria soluzione di stabilità, il proprio modo di “non cadere”.
Ma forse tutte queste stabilità apparenti sono solo approssimazioni.
Forse convergono, asintoticamente, verso un’unica singolarità stabile, irraggiungibile dall’interno del tempo.
E se ciò che chiamiamo Dio non fosse altro che quella singolarità?
Non un punto di arrivo, ma il limite verso cui ogni instabilità tende senza mai poterlo toccare davvero?
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