Cos’è l’intelligenza?
Domanda difficile, alla quale non sono ancora riuscito a dare una definizione soddisfacente.

Ogni volta che provo a formularne una, emergono nuove domande che sembrano allontanarmi dal cuore del problema, come se l’intelligenza fosse un oggetto che si sposta nel momento stesso in cui cerco di afferrarlo.

Se affermo che “l’intelligenza può essere misurata osservando l’interazione che abbiamo con ciò che è esterno a noi”, allora sorge immediatamente un’altra domanda: che cosa è davvero esterno a noi?

Teoricamente, anche l’idea che ho di me stesso è un concetto esterno all’Io più profondo. Se così fosse, allora il modo in cui interagisco con me stesso dovrebbe rientrare nel processo di misurazione dell’intelligenza.

Forse è possibile misurare il grado di coscienza valutando la distanza che percepiamo tra noi stessi e tutto il resto. E forse esiste un rapporto inversamente proporzionale tra questa distanza e la coscienza di sé: più la separazione diminuisce, più cresce la consapevolezza.

Ma come si può misurare l’intelligenza in base al rapporto con se stessi?

Potersi osservare implica necessariamente una separazione tra osservatore e osservato. E se esiste un osservatore, allora esiste anche qualcuno che può interagire con ciò che osserva. La metacognizione diventa quindi un elemento fondamentale dell’intelligenza.

Resta però una domanda aperta, forse la più difficile: dov’è, o chi è, il soggetto che possiede l’intelligenza?
È l’eterno osservatore?

Infine, i bisogni: sono alla base della creatività, ma rappresentano anche uno stimolo per l’intelligenza?
Oppure l’intelligenza nasce prima, come condizione necessaria per riconoscere un bisogno? Per sfruttarlo come elemento che origina creatività?

Forse il problema non è definire l’intelligenza, ma riconoscere il punto da cui poniamo la domanda.

Ogni tentativo di misurarla, descriverla o circoscriverla nasce da una posizione precisa: quella di un osservatore che, nel momento stesso in cui osserva, si separa da ciò che osserva.

Se l’intelligenza fosse soltanto capacità di risolvere problemi, allora potremmo delegarla a strumenti sempre più efficienti. Allora si, potremmo chiamarla Intelligenza Artificiale.
Se fosse adattamento, basterebbe sopravvivere.
Ma se fosse, invece, la capacità di accorgersi di essere immersi in un problema — di riconoscere la propria posizione, i propri limiti, i propri bisogni — allora l’intelligenza coinciderebbe con un atto di coscienza.

In questo senso, non possediamo l’intelligenza come un oggetto. La attraversiamo. E ogni volta che crediamo di osservarla dall’esterno, stiamo in realtà osservando una sua manifestazione, non la sua origine.

Forse l’intelligenza non risiede nell’eterno osservatore, ma nel fragile equilibrio tra chi osserva e ciò che viene osservato. Come fosse la linea di simmetria tra ciò che sono e ciò che viene percepito.
Un equilibrio instabile, sempre temporaneo, che esiste solo finché ci poniamo domande.

E allora resta una possibilità inquietante: che l’intelligenza non sia una qualità che ci distingue, ma una condizione che ci espone. Non qualcosa che ci rende superiori, ma qualcosa che ci rende inevitabilmente responsabili di ciò che comprendiamo — e soprattutto di ciò che scegliamo di ignorare.