E se smettessimo di voler essere migliori degli altri?
Se smettessimo di inseguire ricchezze che non ci saziano, di accumulare senza fine, come se il vuoto potesse colmarsi con la massa?
E se smettessimo di voler apparire invincibili, di voler aver ragione sempre e comunque, di indossare maschere di forza che nascondono preziose fragilità?
E se smettessimo di rincorrere la perfezione, di controllare ogni cosa, ogni volto, ogni respiro, di confrontarci per giudicare?
E se smettessimo di temere il silenzio e imparassimo ad abitarlo come una casa?
Se smettessimo di riempire ogni vuoto con rumore, di temere la solitudine come se fosse un abisso, quando in realtà può essere un grembo che ci accoglie?
E se smettessimo di rimandare la felicità a un domani che non arriva mai, di sacrificare l’oggi sull’altare del poi, di trascinarci dietro i macigni del passato come catene?
E se smettessimo di giudicare le emozioni come giuste o sbagliate, di vergognarci della tristezza, della rabbia, della paura, quando invece sono voci del cuore che chiedono ascolto?
E se smettessimo di competere persino nell’amore, di trasformare l’affetto in possesso, di voler cambiare gli altri invece di accoglierli, di aspettarci che il mondo intero pieghi il capo ai nostri bisogni?
E se smettessimo di definirci solo per i ruoli che recitiamo, per i titoli, i voti, i “like” che non nutrono, e imparassimo a dire “non lo so”, “ho sbagliato”, senza che questo scalfisca la nostra dignità e il nostro orgoglio?
E se cominciassimo a respirare davvero, a sentire che siamo, a scoprire la felicità dentro di noi invece di inseguirla come un miraggio altrui?
E se la vita non fosse una battaglia da vincere, ma un dono da custodire, un viaggio da percorrere senza fretta, con lo stupore di chi alza lo sguardo al cielo e si lascia accarezzare dal vento?
Se rinunciassimo a un figlio donando ad altri la possibilità di concepirne uno in comune?
E se smettessimo di trasformare i sogni in doveri, il riposo in colpa, la produttività in misura del nostro valore?
E se tornassimo a confondere lentezza con saggezza, intimità con mani che si sfiorano, ricchezza con un abbraccio che non chiede nulla indietro?
Forse allora scopriremmo che la vera rivoluzione non è nel correre, nel possedere, nel vincere, ma nell’essere.
Semplicemente essere.