Sono un po’ scoraggiato.
Dipingere un chilometro di pietre non è cosa da poco.
Nel Bosco, da tempo, si alternano vari gruppi di lavoro.
Piovra, a quanto pare, si è messa in moto, e ora gli iniziati sono tenuti a fare diverse ore di lavoro nei circuiti.
Si sta lavorando a Sorgente.
Lavoriamo chiacchierando, facendoci compagnia, scherzando tra di noi.
Con me ci sono Lama ed ex Lepre, Alessandra.
Finisco le mie due ore e vado da MammAssa. Così la chiamavo, scherzosamente.
Un po’ come richiamo alla lingua sacra, un po’ perché pensavo: “A forza di lavoretti, questa qua m’ammassa”.
Arrivo al circuito di Diamantel, lo percorro, mi siedo sul piedone. Ma lei non parla.
Strano… di solito è una chiacchierona.
Le chiedo cosa sta succedendo, e lei risponde semplicemente: “State facendo un gran casino con i circuiti. Non avete attenzione. Il Bosco è attivo per cucire gli strappi che aprite.”
Non capisco cosa intenda.
È sempre imbarazzante ricordarsi che non ho bisogno di suoni per parlarle.
Anzi: che lei non ha bisogno di suoni da sentire.
Mi legge dentro, in ogni senso.
Devo imparare a filtrare i pensieri?
Con Falco non ci sono mai riuscito, e ammetto che certe volte è stato parecchio imbarazzante.
In fondo non mi importa che senta tutto.
Ha senso nascondersi solo quando chi abbiamo davanti non ha ancora imparato ad accettarci per quel che siamo.
E lei non mi sembra una dalla quale nascondersi.
Anche questa volta ha sentito la domanda e, sbrigativa, mi risponde: “Ti faccio vedere.”

Ho una strana visione che quasi mi manda gambe all’aria.
È una sensazione estremamente fisica, come se mi avesse strappato via dal corpo per portarmi a spasso con lei.
Percepisco il Bosco come un’unica creatura, in grado di vedere in un istante tutto ciò che accade sul suo territorio, ma anche capace di focalizzarsi su dettagli minuscoli.
È una vista stranissima, che mi ricorda il fare metratura.
Guardo con curiosità attraverso i suoi occhi.
Si sposta verso il circuito di Sorgente.
Le pietre del circuito formano una sorta di canale, dentro cui scorre qualcosa che non so riconoscere.
Vedo alcune persone sedute a terra.
Alzano le pietre, mettono nel buco un po’ di terra, lavano la pietra tolta e la rimettono a posto.
Intanto chiacchierano.
Questa “disattenzione” è il problema di cui mi parlava prima.
Togliendo le pietre, è come se i canali di scorrimento venissero interrotti.
Vedo gli alberi creare una specie di ponte tra i buchi che si formano.
Percepisco lo sforzo di Pensiero. Non è uno sforzo loro, è uno sforzo nostro, perché io sono parte del Bosco.
La sensazione è simile a quella di un umano che cerca di risolvere un’equazione molto complessa.
Il lavoro richiede attenzione. Concentrazione.
Basta poco per perdere il filo e dover ricominciare tutto da capo.
Ora capisco cosa intendeva con “State facendo un gran casino.”

Dopo poco, l’immagine cambia.
Si sposta con la stessa velocità che impieghiamo noi quanto portiamo attenzione a una parte del nostro corpo.
Segue la strada che da Sorgente porta verso Tin.
In cima alla salita si sofferma a osservare i grossi sassi che fiancheggiano la via.
Sopra, si vedono una sorta di bignè tridimensionali.
Sembrano montagnole di gelatina traslucida, leggermente opaca, ed è evidente che stanno cucendo i sassi tra loro.
Lei dice: “Ottimo lavoro!”
Non capisco cosa siano.
Quando “torno in me”, quasi svengo.
Vivere, o meglio, vedere come il Bosco, è stato naturale.
Rientrare nel mio corpo, molto meno.
Ho un conato di vomito e sento i sensi venir meno.
Le dico: “Mai più!”
Ci metto un po’ a riprendermi.
Ma ora? Ho sistemato la situazione del passato?

“No.”
Risuona la sua voce dentro di me.
Uffa.

Barcollando, mi avvio verso Tin.
Mentre cammino, noto che le pietre che delimitano l’Ale Assa sono tutte state segnate con un punto di colore in cima.
Ecco cosa avevo visto!
Penso: “Brava Piovra!”
Mi hai risparmiato un bel po’ di lavoro.

continua…