Il kintsugi è l’arte giapponese di riparare le fratture con l’oro, trasformando le cicatrici in vene preziose e rendendo la ferita parte integrante della bellezza stessa dell’oggetto.
È quasi una metafora visiva della resilienza: non nasconde le ferite, ma le integra nella storia dell’oggetto, mostrando che ciò che è stato rotto può rinascere più forte, unico e prezioso proprio grazie alle sue fratture.
In passato, Damanhur ha fatto qualcosa di simile con l’ignoranza.
Sono stati forgiati neologismi proprio in occasione di momenti in cui l’ignoranza delle persone aveva generato situazioni ilari.
Basti pensare al termine “blaiz”, nato dall'ignoranza di pronunciare la parola straniera “blitz”.
Oggi l’ignoranza continua a diffondere danni in molteplici ambiti.
I “caronte”, che pluralizziamo in “caronti”; i giorni “epagomenòi”, che in italiano diventano “epagòmeni” e in greco “epagòmenoi”; per non parlare dei nomi di animali storpiati: “cùculo” al posto di “cucùlo”, “oselot” anziché “ocelot”, “nàrvalo” invece di “narvàlo”, "bonòbo" invece di "bònobo" e così via.
Questa buffa e al tempo stesso tragica abitudine a lasciar correre, temo, produca effetti piuttosto infelici.
Avevo un paio di amici che erano soliti ridere dicendo: “Sarò breve e circonciso”.
Si erano talmente abituati allo scherzo, che uno di loro finì sul palco a dire: “Biongiorno a tutti. Vi prometto che sarò breve e circonciso.”
Immaginate la gioia del suo capo quando glielo fecero notare.
Ricordo una serata in cui una persona voleva prendere come nome Attinia.
Qualcuno, saggio e colto, timidamente disse a Falco: “Scusa, ma noi abbiamo già Anemone di mare...” e lui rispose piuttosto seccato: “Che c’entra? Sono due cose diverse.”
In realtà no.
L’attinia e l’anemone di mare sono la stessa identica creatura.
Lo stesso discorso potremmo fare sulla pantera.
Le pantere sono leopardi o giaguari melanici.
Quindi, a Damanhur, usiamo più nomi per indicare lo stesso animale?
Eh sì, così parrebbe.
Ma non per scelta: per ignoranza.
Se mai qualcuno “esterno” a Damanhur ci chiedesse perché storpiamo i nomi, sapremo offrire una risposta sensata o ci mostreremo impreparati e, di conseguenza, mostreremo quanto siamo ignoranti?
Forse è arrivato il momento di riconoscere che le parole, come le ferite, meritano cura e rispetto, e che l’ignoranza non va più accolta con leggerezza, ma affrontata con consapevolezza.
0 Commenti
Accedi per lasciare un commento.