Con la morte di Ida, la madre di Otaria, mi si è svegliato qualcosa dentro.
Anni fa sentii qualcuno dire che Falco aveva scoperto di avere un tumore solo pochi mesi prima della sua morte.
La mia esperienza dice il contrario.
Ci sono state persone — Laene compresa — che hanno espresso rabbia o dubbi su Falco, forse per via di ciò che è accaduto.
Non sono d’accordo con loro. Per questo ho deciso di raccontare ciò che ho vissuto.
Un po’ per depositarlo da qualche parte, un po’ perché sento che è giunto il momento di vuotare il sacco.

Negli anni che hanno preceduto la morte di Falco, ho fatto una serie di sogni.
Alcuni erano simbolici, altri così nitidi da sembrare reali.
Non sono mai stato interessato a interpretarli nel senso classico del termine: li ho vissuti, li ho ricordati e ora ho scelto di raccontarli.

Primo sogno
Non ricordo con precisione il periodo, ma so che era all’inizio dell’orientamento delle masse oltre il Sole, quindi si parla di qualche anno fa.
Avevo cominciato a collaborare con Falco nel 2010, nell’ambito del progetto “Orientamento masse”.
In quel periodo ci vedevamo spesso, perché stavo progettando il sistema informatico che generava le mappe stellari da orientare.
Tradotto: io costruivo, lui smontava e mi faceva rifare un sacco di cose. Era un processo faticoso, ma anche stimolante.
Un giorno lo chiamai per confrontarmi su uno dei tanti problemi.
Mi diede appuntamento per un sabato pomeriggio: “Ci vediamo nell’hangar di Milte”.
Quando arrivai, l’hangar era completamente vuoto.
I camper non c’erano — un dettaglio importante che però, in quel momento, non colsi subito.
Al centro, parcheggiata nell’enorme spazio, c’era solo la macchina di Falco.
Lui mi accolse con un sorriso.
Ricordo con piacere quanto fosse di buon umore quando lavoravamo insieme sulle masse.
Forse era particolarmente soddisfatto di come stava procedendo il progetto.
Parlammo a lungo. Quando mi girai per andarmene, mi tornò in mente un sogno che avevo fatto due notti prima.
«Ah Falco, volevo dirti una cosa!», gli dissi.
Lui aveva appena aperto lo sportello dell’auto.
Si fermò, si voltò, ancora sorridente, e disse: «Dimmi».
Gli raccontai il sogno.

>Ci troviamo a Damanhur.
Ci arriva un messaggio: dobbiamo portare Falco in Viaggio, scappare perché è in grave pericolo.
Partiamo e iniziamo a viaggiare con un solo camper.
Sentiamo urgenza nell’allontanarci da Damanhur.
Siamo io, Goura, Picchio, Raganella e Falco.
Alla fine, non riuscendo a sfuggire al pericolo, decidiamo di nasconderci in una casa.
Ci barrichiamo dentro, ma percepiamo il pericolo sempre più vicino.
Ricordo il giardino con il muro di recinzione e una stanza segreta dove si trovava Falco.
A noi era preclusa: poteva entrarvi solo Raganella, e solo per portargli il necessario.

A questo punto ometto una parte del sogno: lo ritenevo troppo “pericoloso” per me.
Non volevo far arrabbiare Falco.

>Ricordo che stavo girando per la casa. A un certo punto entro in una stanza, forse un bagno.
Dentro c’era un armadietto con uno specchio.
Mi osservo per un attimo.
Scopro un vano segreto.
Lo apro e dentro trovo un libro con la copertina nera.
Dentro, simboli che non conosco. È un libro di alchimia avanzata.
Quel libro non doveva essere trovato da me.
Lo rimetto a posto ed esco dalla stanza, chiedendomi se dirlo a Falco o tenermelo per me.
Non faccio in tempo a decidere.

Quando parlo con Falco, salto questa parte del sogno e continuo:

>Raganella ci convoca e ci dice che ha parlato con Falco.
Lui le ha detto che il Nemico l’ha preso, e che ha un tumore.
La sua vita è a rischio.

Mentre raccontavo, guardavo il pavimento di cemento grezzo, sforzandomi di ricordare ogni dettaglio.
Non lo guardavo in faccia.
Quando finii, alzai lo sguardo.
Falco era bianchissimo, come un lenzuolo.
Mi tornò alla mente un vecchio filmato in cui un sub viene morso da uno squalo: lo issano sul gommone, il sangue copioso, il volto bianco come un lenzuolo.
Falco aveva lo stesso colore.
Mi prese un colpo. Spontaneamente feci uno scatto verso di lui. Ero convinto sarebbe svenuto.
«Falco, era un sogno!», dissi, come farebbe un genitore per rassicurare un bambino.
Lui mi guardò serissimo.
Non si scompose.
Disse soltanto: «Grazie, Sparviero.»
Salì in auto e se ne andò.
Fu l’unico sogno riguardante la sua morte di cui gli parlai apertamente.
Anni dopo, ripensando a quel libro nello specchio, ho immaginato che fosse un modo per indicarmi che Falco aveva nascosto in ognuno di noi una parte di sé.
Forse con i Doni queste parti emergono.
O forse, con le scelte che facciamo.

Secondo sogno
Il periodo è sicuramente precedente al dicembre 2012.

>Ci troviamo in una villa.
C’è una festa.
Le feste mi annoiano a morte, così mi inginocchio vicino a una sedia e comincio a sistemare una presa che dà problemi.
Intorno a me, tantissimi damanhuriani allegri, che festeggiano.
A un certo punto arriva Falco, accompagnato da 2 o 3 persone. Ride e si diverte.
Si avvicina. Io sono ancora in ginocchio.
Mi chiede cosa stessi facendo.
Gli rispondo che stavo mettendo a posto la presa.
Lo guardo sorridendo e, come gesto di affetto, gli appoggio una mano sul fianco, all’altezza del fegato.
Sento immediatamente che c’è qualcosa che non va.
Lo guardo, stupito e preoccupato.
«Ma tu stai male!», gli dico.
Istintivamente “accendo” la mano e comincio a fargli prano.
Lui mi guarda, sempre sorridendo.
Appoggia la mano sulla mia e la stacca con gentilezza dal suo corpo.
Io lo fisso, e dico: «Hai scelto di lasciarti morire…»
Lui non risponde. Continua a sorridere.
Scoppio a piangere.
Mi sveglio singhiozzando.

Terzo sogno
Non ricordo in quale periodo ho fatto questo sogno.

>Siamo nel Tempio preghiera di Damjl.
All’interno è stato sistemato un letto, ma l’ambiente ha un’aria funebre.
Sembra un letto di morte.
Falco è sdraiato, con gli occhi chiusi.
Un gran viavai di persone in veste, quasi tutte gialle.
Io e Aquila di mare entriamo e cominciamo a fargli prano.
Uno si posiziona sulla testa, l’altra sul ventre.
Falco apre gli occhi, ci guarda e dice: «Voi questa notte restate qua con me e continuate a curarmi.»
Poi si alza e se ne va dal tempio.
Io e Aquila ci guardiamo sbigottiti.
Ci diciamo: «Beh… spostiamo gli appuntamenti. Avvisiamo che non torniamo a casa…»
Mi sveglio.

Quarto sogno
L'ho fatto circa un mese prima della morte di Falco.

>Siamo vicino al fiume Po, poco prima del ponte che conduce a Chivasso.
Mi trovo sulla sponda esterna, fuori dalla città, e guardo in direzione del duomo — si dice che sorga sopra un tempio dedicato a Iside.
Dall’altro lato, sull’argine opposto, ci sono tutti gli iniziati del mio grado: i Fratelli Maggiori.
Sono seduti, in attesa.
Poco dopo arriva Falco, a cavallo, accompagnato da tre danzatrici che eseguono passi rituali in cerchio.
Lui non scende dal cavallo.
Alza il braccio e saluta i Fratelli Maggiori, senza dire una parola.
Io tengo le briglie del cavallo.
D’un tratto capisco: quello è il suo ultimo saluto al grado.
Mi chiedo se abbia fatto lo stesso con ogni grado della Scuola.
Mi sveglio.

Postfazione
Certe immagini si radicano in profondità, e smettono di essere solo sogni.
A distanza di anni, alcuni dettagli si affievoliscono, ma resta vivido ciò che è stato trasmesso in quei momenti: un passaggio, un addio, forse un testamento simbolico.
Non so spiegare tutto ciò che ho sognato. Non voglio nemmeno farlo.
Ma oggi ho deciso di raccontarlo.
Perché a volte custodire non basta. A volte bisogna anche consegnare.