Questo è un racconto un po’ lungo, ma fondamentale per comprendere fino in fondo la follia di questa vita.

Non ricordo che giorno fosse, ma avevo deciso di andare a parlare con Falco.
Avevo fatto un sogno che mi aveva turbato profondamente.
Salii verso il Caffè d’Arte. Falco era lì e mi disse:
«Camminiamo un po’.»
Gli raccontai del sogno.

>In quel tempo Damanhur era molto diversa.
Era più un accampamento militare che una comunità.
Io facevo parte della guardia reale. Un grande onore.
La routine giornaliera era stancante, impegnativa, ma avevo lottato tanto per arrivare lì.
Ricordo una mattina in particolare. Eravamo tutti disposti in file ordinate per l'appello.
Non eravamo molti, cinquanta o sessanta soldati al massimo, ma tutti ben addestrati.
Avevamo tre capitani di compagnia.
Erano di fronte a noi e stavano assegnando i compiti della giornata.
Al “rompete le righe”, feci per allontanarmi, ma il mio capitano mi fece cenno di avvicinarmi.
Stupito e onorato, mi avvicinai.
Mi guardò dritto negli occhi e disse:
«Il Nemico ha infettato…»
Fece un nome che non ricordo, ma so che mi sentii morire dentro.
Com’era possibile? Come aveva potuto superare le sicurezze di quel posto?
Addirittura infettare qualcuno?
“Infettare” significava una sola cosa: condanna a morte.
E il nome che aveva fatto era quello del mio amico più caro. Un fratello d’anima.
Il capitano mi fissava, e nei suoi occhi vidi la sfida.
Cosa avrei fatto? Avrei rispettato il giuramento? O sarei fuggito dai miei doveri?
Con un filo di voce risposi: «Me ne occuperò io.»

>Il giorno dopo, invitai il mio amico all’interno del Tempio.
C’erano diversi ingressi: alcuni per i sacerdoti, altri per i soldati.
Poco prima di entrare mi girai verso destra.
A un centinaio di metri vidi Falco. Stava entrando anche lui nel Tempio, accompagnato da due sacerdotesse.
Mi guardò intensamente, con rimprovero, ma non disse nulla.

Questa parte non la raccontai a Falco.
In quello sguardo c’era un monito che non avevo saputo cogliere.
Parlando con lui, mi vergognavo tremendamente per ciò che stavo per fare.

>All’interno del Tempio scorreva un fiumiciattolo.
Piccolo, ma abbastanza profondo da generare una corrente sostenuta.
Quando il mio amico arrivò, piuttosto curioso e stupito, mi avvicinai a lui, estrassi il coltello che avevo nascosto dietro la cintura e lo pugnalai allo stomaco.
Ricordo ancora il suo sguardo di sorpresa.
Non riuscii a dire nulla, a spiegargli il perché di quel gesto.
Semplicemente si accasciò su di me. E io lo abbracciai per l’ultima volta.
Lo presi in braccio e lo adagiai lentamente nel fiumiciattolo, salutandolo con un pensiero veloce e colmo di scuse.

>L’improvvisa scomparsa di… – non ricordo il nome, forse Marco – mise in allarme l’intero accampamento.
Dopo qualche giorno, il corpo venne ritrovato.
Una rapida indagine portò a me.
Confessai.
Aggiunsi che una persona infetta avrebbe messo a repentaglio tutti.
Mi chiesero come facessi a sapere che fosse infetto.
Risposi semplicemente: «Me l’ha detto il mio capitano.»

>Venimmo arrestati entrambi.
Una breve inchiesta dimostrò che nessuno era stato infettato.
La mia fiducia cieca, la mia presunzione nel credere di poter risolvere tutto da solo, furono la mia rovina.
Il capitano aveva avuto un’intuizione sbagliata. Se vogliamo chiamarla così.
Falco era in piedi davanti a noi, con due capitani ai suoi fianchi.
Ci guardò serio e disse soltanto:
«Condannati a morte.»
Un militare si spostò dietro di me.
Sentii la lama del coltello appoggiarsi al mio collo.
La sentii tagliare la carne.
Gorgogliai.
E in un attimo fu buio.

Falco non disse nulla.
Camminava in silenzio. Un silenzio imbarazzante.
Ero piuttosto scosso e cercai qualcosa per riempirlo.
Dissi: «Falco, sono molto combattuto tra l’orgoglio di aver tenuto fede al giuramento e i sensi di colpa per aver ucciso un caro amico e per la mia presunzione.»
Lui disse solo: «Eh… la presunzione…»

continua…