Quando un giovane entra per la prima volta in una comunità come Damanhur, non gli vengono date leggi scritte: impara osservando, ascoltando, vivendo.
È in quel silenzioso passaggio di sguardi e racconti che inizia a interiorizzare un mondo di significati. Ma da dove arriva tutto questo?
Una struttura sociale si basa su regole, leggi, divieti che spesso dipendono da una serie di fattori culturali, sociali e territoriali.
Di nuovo entrano in gioco i primi due fiumi, quelli collegati al contesto storico e familiare.
A questi meccanismi generali si sommano esperienze, logiche, passioni, caratteristiche di ogni singolo elemento che compone il gruppo umano.
Tutta questa combinazione dà vita a un colore preciso e unico.
Ogni singola comunità di Damanhur, sia essa in Italia o in Giappone, possiede tratti comuni e tratti irripetibili.
Le caratteristiche condivise si possono estrapolare dai princìpi fondanti di Damanhur e dalle scelte iniziatiche.
Sono quegli elementi che danno forma a una cultura, che si tramandano da padre in figlio non solo tramite l’esempio diretto, ma anche attraverso i racconti che costruiscono la memoria viva di una civiltà.
Esiste però un grande avversario da affrontare: il tempo.
Le civiltà non crollano solo per guerre o carestie. Spesso muoiono perché dimenticano chi sono.
Eppure, alcune culture sono riuscite a sopravvivere.
Non tanto conservando il DNA della specie originale, quanto perpetuando idee, logiche e princìpi fondanti.
Tutto questo è stato possibile grazie alla ridondanza.
È come in un coro: se esiste un solo contralto, basta un mal di gola per spezzare la melodia.
Se invece ogni cantante ha imparato anche le parti degli altri, la musica non si ferma mai.
Così funziona la ridondanza culturale: non è una perdita di energia, ma un moltiplicatore di continuità.
Più sono le persone che portano dentro di sé i princìpi fondanti, più la comunità può adattarsi, evolvere e resistere.
Nel caso di una struttura sociale, la ridondanza ha effetti secondari che ne amplificano l’importanza: non solo aumenta le possibilità di sopravvivenza di una civiltà, ma la rende più ricca, complessa e articolata.
Se mi osservo da anziano, vedo la paura del cambiamento inconsapevole, quella che potrebbe calpestare, anche senza volerlo, i princìpi fondanti.
Ma poi mi chiedo: qual è la reale natura di questi princìpi?
Sono davvero condivisi da tutti?
O ho vissuto per vent’anni in una comunità che li intendeva in tutt’altra maniera?
Quante volte mi è capitato di confrontarmi con amici, persone care, e scoprire che vedevamo le cose in modo nettamente opposto?
Forse ogni comunità è come un fiume: scorre, cambia letto, si arricchisce di nuovi affluenti.
Ma allora... dove finisce l’identità, e dove inizia l’adattamento?
Credo sia obbligatorio fermarsi e fare il punto della situazione.
Credo che avere ben chiaro cosa siamo ci permetta di distinguere chi è veramente amico da chi non lo è.
Solo una volta dipanato questo scomodo groviglio, saremo liberi di delegare.
Ma c’è un’altra brutta bestia da domare: la paura di perdere il controllo, figlia della bestia più orribile — la paura di perdere il potere.
Il potere è una creatura subdola.
All’inizio lo si nutre per proteggere ciò che amiamo. Poi, un giorno, scopriamo che ha imparato a camminare da solo, e che non vuole più cedere il passo.
Eppure, ogni volta che qualcuno si aggrappa al potere, è come se stringesse la sabbia con i pugni: più stringe, più perde.
Se fossi Nial, avrei predisposto la duplicazione del ruolo in ogni comunità.
Non parlo di figure subordinate ai Nial: parlo di Nial veri e propri, alla pari con quelli eletti dalla Camera Alta.
Allo stesso modo, se fossi Vertice di qualunque corpo, avrei spinto per la nascita di organi indipendenti in ogni comunità.
Frammentare non per dividere, ma per rendere più forti.
Creare più gambe significa dare maggiore solidità e, se sanno coordinarsi bene, anche maggiore velocità.
Immagino un futuro in cui ogni comunità cammini con più gambe, come un millepiedi consapevole.
Nessuna parte sa tutto, ma ognuna conosce il passo.
E nessun vertice degno di quel ruolo teme di perdere il controllo, perché il vero potere non è trattenere: è donare.
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