Mi è stato detto che sono tanto amato quanto temuto.
C’è chi mi considera un malato spirituale.
C’è chi crede che il mio scopo sia distruggere Damanhur.
Qualche settimana fa, Camaleonte – che voi avete scelto come nuovo Nial – mi ha scritto: “Molte cose che scrivi le condivido, mi stridono a volte un po’ i termini che usi.”
È legittimo: ognuno ha la sua sensibilità linguistica. Ma ciò che trovo davvero grave è che non abbia mai sentito il bisogno di scrivere, a sua volta, un articolo con parole più affini alle sue, per esprimere la stessa visione, se davvero la condivide.
Perché se qualcosa ti brucia dentro, se vedi un ideale che si spegne, non lo lasci morire nel silenzio.
Eppure questo accade, sempre più spesso.
Mi arrivano messaggi in privato: “Condivido quello che scrivi”, “Sono d’accordo”, “Finalmente qualcuno ha trovato il coraggio di dirlo.”
E ogni volta, dentro, mi si stringe qualcosa. Perché restare nell’ombra mentre qualcun altro si espone non è solidarietà: è delega. È il modo più subdolo per conservare il proprio ruolo senza perdere la coscienza pulita.
Questa cultura del bisbiglio, del dissenso nascosto dietro porte chiuse, non salva Damanhur.
La indebolisce.
Il silenzio indignato, la reticenza travestita da diplomazia, sono le scelte più perdenti che possiamo fare.
Barbagianni mi ha scritto: “Sento tanta, troppa amarezza in questo tuo scritto, ma anche una certa rassegnazione.”
Forse ha ragione.
Ogni volta che scrivo un articolo, finisce nel vuoto, in quel pozzo profondo dove le parole scomode vengono lasciate marcire.
I Saggi parlano di me tra di loro, ma non hanno il coraggio di affrontarmi, né in privato né in pubblico.
Orango, che pare aspirare al vertice di Damanhur, sembra muoversi con lo stesso timore: quello di guardare negli occhi le crepe, pur di conservare la facciata.
Intanto, Damanhur si spegne.
Si svuota, si impigrisce, si anestetizza.
E nessuno sembra voler nominare questa lenta agonia, figlia non di un nemico esterno, ma della disaffezione interna.
E allora io vi domando: davvero pensate che sia io il pericolo?
Che sia io il malato?
Che sia io quello da temere?
No.
A distruggere Damanhur non sarà una voce dissonante.
Sarà l’indifferenza.
Sarà la vostra paura di parlare.
Sarà questo eterno rinvio del confronto.
E se vi restano ancora nel cuore le parole del giuramento, chiedetevi se oggi le onorate… o se le state tradendo nel più doloroso dei modi: voltandovi dall’altra parte.
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