Credo che, tra i corpi di Damanhur, quello oggi più a rischio sia il Gioco della Vita.
C’è chi pensa che Falco abbia deciso di lasciarlo morire nel momento in cui ha spostato il Viaggio dal Gioco al gruppo Caronte.
Personalmente, credo che le due esperienze avrebbero potuto coesistere e collaborare.
Se ciò non è avvenuto, probabilmente è stato anche a causa di limiti relazionali di Piovra.
Ma è importante ricordare che il Gioco non è il Viaggio.
Personalmente credo che molti in passato abbiano scelto di giocare solo per soddisfare le richieste di Falco.
Che lo stimolo fosse amicizia, amore, fede o fanatismo, poco cambia: il fulcro era lui.
Ed è forse per questo che il Gioco sta morendo.
Perché sta morendo dentro molti damanhuriani.
Oggi manca una figura altrettanto carismatica, capace di sostenere e orientare con autorevolezza.
Ma forse, proprio per questo, la morte di quel Gioco può essere il preludio a una rinascita.
Il Gioco di oggi dovrebbe avere scopi diversi rispetto a quello nato negli anni '80.
Non per tradire lo spirito originario, ma perché oggi abbiamo strumenti, contesti e coscienze diversi.
Con la morte del Maestro, è scomparsa forse l’unica persona che molti sentivano in grado di dire loro cosa fare della propria vita.
Ora, possiamo sostituire Falco con noi stessi?
In teoria sì. Ma in pratica è una sfida enorme. Servono onestà, curiosità, coraggio, saggezza, umiltà, integrità, ricettività, apertura, disciplina, perseveranza…
Essere maestri di sé stessi è possibile, ma nella stragrande maggioranza dei casi porta a errori, illusioni e derive.
Probabilmente quando saremo pronti a esserlo, non avremo più bisogno di maestri.
È immensamente più semplice – e forse più efficace – riconoscere come maestro la Vita stessa.
Uno degli aforismi di Falco che porto con me è: “L’unico maestro che io riconosco è Dio. Tutti gli altri sono uomini.”
Forse la prima cosa da fare per far rinascere il Gioco è chiedersi: "Che cosa significa per me incarnare il Gioco della Vita?"
Credo potremmo raccogliere una meravigliosa varietà di risposte.
Per me, significa rincorrere la consapevolezza, anche – o forse soprattutto – affrontando le mie paure.
Sotto questo aspetto mi sento avvantaggiato: ricordo alcune vite precedenti, soprattutto le mie morti.
Ricordo le emozioni che le hanno accompagnate, e forse è per questo che non temo la morte.
Il dolore fisico si dimentica. Ciò che resta è l’impronta emotiva, come quella che ci accompagna nei ricordi di un osso rotto da ragazzi: non sentiamo più il dolore, ma ricordiamo l’intensità del momento.
Ricordo una morte che mi ha liberato dalla prigionia.
Un’altra che mi ha liberato dai sensi di colpa.
Un’altra ancora dal terrore di morire.
Queste impronte emotive oggi mi rendono più libero.
Morire può essere una via di liberazione, ma possiamo ottenere lo stesso effetto anche vivendo.
Possiamo morire in questa incarnazione e dare il via a una vita nuova. Senza necessariamente cambiare corpo.
È più difficile, certo. Come aprire l’armadio sapendo che, come in Harry Potter, ne uscirà un molliccio pronto a incarnare la nostra paura più profonda.
Ma affrontare le paure, trasformarle, superarle, è ciò che mi consente di diventare più libero a ogni passo.
In questo percorso, gli altri giocano un ruolo fondamentale.
Che ne siano consapevoli o meno, sono per me quello che in neuroscienza viene definito agentività.
Questo è il mio Gioco della Vita: liberarmi un po’ alla volta del superfluo per imparare a morire nudo.
E tu come incarni il Gioco della Vita?