Qualche tempo fa è arrivato un messaggio forte e chiaro: “Aprite le gabbie! Che i giovani diventino istruttori dei corsi damanhuriani!”
Ma erano davvero in gabbia? E se sì, chi le aveva chiuse?
Non conosco personalmente Entello, ma fatico a credere che la sua intenzione fosse impedire il passaggio di testimone. Tutt’altro.
La trasmissione delle conoscenze è sempre stata un valore centrale, e il rinnovamento – ancor più – una necessità vitale. Che si tratti di Meditazione o di University, parliamo pur sempre di facce diverse dello stesso cristallo.
Ma dopo questo incipit, come si è sviluppata questa nuova pagina della storia damanhuriana?
Chi ha raccolto l’invito? Come si sta affrontando il passaggio?
Mi torna alla mente il Fedro di Platone, quando il dio Theuth propone al faraone Thamus l’invenzione della scrittura.
“Questa conoscenza renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare”, dice Theuth.
Ma Thamus risponde: “No, questa scrittura porterà all’oblio, perché farà dimenticare l’esercizio della memoria. Hai offerto ai discepoli non la verità, ma solo l’apparenza della sapienza.”
Come possiamo evitare questo rischio anche noi?
Immagino un futuro in cui un istruttore entra in aula con un libro in mano, legge parole scritte da altri e va in crisi alla prima domanda fuori traccia.
Se questa immagine ti spaventa, forse hai il profilo giusto per diventare un ottimo istruttore – a patto che quella paura diventi stimolo. Stimolo allo studio, all’approfondimento, al radicamento del sapere attraverso l’esperienza viva.
Al contrario, chi affronta questo ruolo con superficialità rischia di diventare solo un esperto arrampicatore di specchi.
E allora, come rispondere alla provocazione del Faraone? Una prima risposta sono gli esami, fondamentali per valutare la preparazione dei nuovi istruttori. A patto che vengano davvero organizzati, a differenza del passato, quando rimasero lettera morta e tutto il “potere” rimase ad un’unica persona.
Oggi non mancano certo i materiali né gli insegnanti preparati.
Ma sono pronti a trasmettere “tutte le esperienze e la conoscenza degli anni trascorsi”?
Un rito, dopotutto, può essere davvero denso solo se è incarnato nella quotidianità.
Forse alcuni tra i “vecchi” istruttori temono questo passaggio. Dopotutto, donarsi significa creare “concorrenti” che potrebbero anche superarli. Potrebbero insegnare meglio di loro. E questo può far paura.
Ma tramandare non è una perdita. È una conquista generazionale. È completamento, è riordino. È un gesto che rafforza i talenti e li collega all’anima, rendendo più facile il loro emergere anche nelle vite future.
Soldi e potere o completa donazione di sé?
Quanto è lontano il prossimo livello di popolo?