Questa assurda storia non ha un vero e proprio inizio.
È una di quelle vicende della mia vita che da sempre mi fanno pensare alla non linearità e alla non logica che, ogni tanto, mescolano le carte in tavola.
Se dovessi iniziare a raccontarla, credo partirei da RimaRa.

È mattino presto, il sole albeggia da poco.
Mi sveglio con una frase in testa: “Vieni nel Bosco.”
Sembra più un comando che un consiglio.
Mi giro verso Gau e le dico: «Ho sognato il Bosco. Mi stava chiamando!»
Lei apre un occhio, non si gira nemmeno verso di me e risponde: «E vai.»
Torna a dormire. Una vera sognante, dedita al suo dono.

Parto alla volta del Bosco.
Una volta arrivato, mi incammino sulla strada principale: l’Ale Assa.
Ad un certo punto sento: “Vieni qui.”
È una voce dolce ma determinata. Non sono spaventato, ma curioso — anche se sentire le voci non è mai un bel segno...

Alla mia destra, ci sono erbacce alte più di un metro.
Mi ci infilo. Cammino finché metto il piede su una pietra.
È sporca di colore azzurro, sicuramente una delle pietre di un circuito.
Spero di non aver “bucato”.

Cerco di seguire il percorso dall’esterno (ma sono fuori o dentro?), fino a trovare quella che forse è l’entrata.
Con me non ho lo scudo di forza, ma sento che devo percorrere il circuito. Come se fosse importante. Come se fosse l’unica via per raggiungere la pianta che si trova al centro.

La contatto come ho imparato nel corso con Puma.
L’abbraccio, la annuso, la bacio, la lecco.
Mi dice: “Io sono la grande madre.”
«Bella storia…», penso in risposta, in modo completamente istintivo.
Continuo a sentire le voci — e la cosa mi preoccupa un po’.

Lei mi chiede di raccontarle del “problema” che mi affligge da qualche tempo.
Le parlo del casino che ho fatto in un’altra vita.
Forse vale la pena raccontare anche questa storia.

continua...