Esistono culture che evitano deliberatamente il confronto verbale diretto.
Altre, pur basandosi sull’ascolto e sull’attenzione, tendono comunque a contenere la comunicazione esplicita, come se parlare troppo rischiasse di turbare gli equilibri.
Ma al di là dei contesti culturali, ognuno di noi adotta uno stile comunicativo personale: c’è chi parla per alleggerirsi, chi per provocare una reazione, chi per manipolare, chi per guarire.
Per me ogni atto comunicativo — anche lo sfogo apparentemente più innocuo — è sempre un atto di relazione.
E in quanto tale, non è mai neutro.
Confidarsi, raccontarsi, è spesso vissuto come un segno di fiducia.
Crea ponti tra le isole, avvicina.
Ma proprio perché così carico di significato, il parlare non dovrebbe mai essere un’azione automatica o inconsapevole.
Ci sono regole implicite che spesso diamo per scontate.
E quando si dà qualcosa per scontato, iniziano i problemi.
Molte persone sentono il bisogno di “vuotare il sacco”: esprimere disagio, rabbia, dolore.
Lo fanno con amici, con amanti, con colleghi.
A volte persino con estranei, perché sentono che, non essendo coinvolti, giudicheranno meno.
Ma raramente ci si chiede davvero cosa stia succedendo all’altro mentre si parla.
E ancora più raramente ci si assume la responsabilità di ciò che si sta lasciando nell’aria.
La mia regola è molto semplice, ma per me fondamentale: quando dico qualcosa a qualcuno, me ne assumo la piena responsabilità.
Questo significa che se la persona a cui ho fatto una confidenza decide di raccontarla ad altri, la responsabilità rimane comunque mia.
Ho scelto di dire quella cosa.
Ho scelto a chi dirla.
Nessuno mi ha costretto.
Allo stesso modo, non mi offro come “custode passivo” di segreti altrui, a meno che non mi venga esplicitamente chiesto, e io sia disposto ad accettare quel ruolo.
In caso contrario, preferisco essere trasparente fin da subito.
A volte mi capita di rispondere citando Giuseppe Tornatore: “I segreti sanno di mutande sporche.
Tienili per te.”
Una frase dura, lo so.
Ma rende bene l’idea: non mi presto facilmente a proteggere ciò che non scelgo consapevolmente di custodire.
Assumersi la responsabilità totale di ciò che si dice è una scelta che ha un prezzo.
Le parole viaggiano, si trasformano, tornano indietro distorte.
Vengono interpretate attraverso lenti deformate, si mescolano ad aspettative, proiezioni, paure.
Per questo è essenziale non solo dire, ma anche sapere gestire ciò che si è detto.
Ecco perché questa mia posizione si fonda su una fiducia profonda: quella nelle mie scelte, nei miei valori, nei miei principi.
Ho preso decisioni molto chiare su che tipo di persona voglio essere, e nulla di ciò che viene riportato, distorto o commentato riuscirà a scalfirle.
Meglio puliti e soli, che andare a letto la sera amati da molti ma con la sensazione di essere sporchi.
E allora torno alla domanda che mi sta più a cuore: quante persone si assumono davvero la responsabilità di ciò che dicono?
Quante, prima di aprir bocca, si chiedono se chi hanno davanti è disposto a farsi carico di quel contenuto, di quel peso?
La comunicazione autentica richiede fiducia.
Ma anche consapevolezza.
E se la trasparenza è un valore, lo è almeno quanto la responsabilità individuale.