La maggior parte di voi saprà che monitor e televisori basano il loro funzionamento sul principio additivo del colore.
Semplificando, potremmo dire che l’immagine generata è un insieme di punti. Ogni punto è formato da tre micropunti: uno rosso, uno verde e uno blu.
La combinazione di questi tre colori permette di generare decine di milioni di sfumature.
Il motivo della scelta di questi tre colori affonda le radici nell’ottica fisica e nella fisiologia umana, ma questo ci interessa relativamente.
Quel che conta è che questa “magia” è resa possibile dalla distanza implicita nella diversità.
La lunghezza d’onda dei tre colori, per funzionare, deve necessariamente coprire quanto più spettro visibile possibile.
Se così non fosse, si avrebbe una dominanza nella percezione che comporterebbe un grave deficit sensoriale.
Ora immaginiamo una testa con tre occhi.
Se li disponessimo a 120° l’uno dall’altro, potremmo ottenere una visione stereoscopica con una copertura a 360°.
Se invece li distanziassimo solo di pochi gradi, sia la visione stereoscopica che la copertura sarebbero tremendamente limitate.
In biologia, questo equivarrebbe a un enorme spreco: uno dei tre occhi verrebbe presto eliminato dalla faccia… della Terra.
Ancora una volta, la distanza diventa fondamentale.
E se Falco avesse scelto la prima Triade con lo stesso principio?
Prendere tre persone profondamente diverse per poter esprimere un potenziale altissimo.
È un bel rischio.
Il potenziale si esprime solo con metodo e coordinazione, riconoscendo a ogni parte in gioco pari valore e dignità (questa, sì, l’ho già sentita da qualche parte).
La diversità porta a incomprensioni, a sottovalutare e sottostimare ciò che, per noi, ha meno valore.
D’altra parte, quando mai Falco ha gettato il sasso a due centimetri solo per fare meno fatica? Mirare all’occhio.
E la seconda Triade? Se vista da questa prospettiva, non mi sembra poi così azzeccata. Ci penseremo poi…
Come possono comprendersi un giapponese, un tuareg e un eschimese?
Tre punti distanti si uniscono con delle linee, che altro non sono se non un insieme di punti ordinati.
E allora, sì, è un bel problema: senza la collaborazione di tutti i puntini di cui disponiamo, come possiamo mai permettere a quelle tre persone di capirsi davvero?
E quali sono i puntini più vicini a me? Quelli che mi permettono di essere ponte tra le diversità e che, a loro volta, sono ponte tra me e chi è più distante?
Forse sono domande da farsi con i piedi per terra e non a 40.000 piedi d'altezza.
Seduto in aereo, mi perdo in questi pensieri.
Non tanto per esprimere giudizi o valutazioni sulle Triadi, quanto per una riflessione personale, direi quasi egoistica.
Chi sono gli altri due componenti della mia Triade?
Chi altri, nel Popolo, è tanto “distante” da me da permettermi di ampliare enormemente il nostro campo d’azione?
Non “mio”, no. A quel punto si deve per forza dire “nostro”.
In una Triade la mia esistenza diventa triplice. Non si può più usare il singolare.
Mi viene subito in mente un nome, ma per trovare il secondo — il mio Condor — ci metto un po’ di più.
Immagino la mia vita contesa con quei due distantissimi personaggi e… che incubo.
Oggi mi sento tremendamente solidale con i Saggi.
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