C'è una domanda che mi porto dietro da tempo, nata durante un percorso di meditazione: cosa significa, davvero, che qualcosa è più complesso di qualcos'altro?
Non si tratta di una domanda banale. E per risponderle, ho trovato utile partire da un posto insolito: i numeri.

Proviamo un esperimento mentale.
Assegniamo a ogni livello di organizzazione della materia un numero intero crescente: 1 per un atomo, 2 per una molecola semplice, 3 per una molecola organica, e così via, salendo fino agli organismi, agli ecosistemi, alle società.
Questi numeri non misurano nulla di preciso - sono una metafora matematica, niente di più. Ma le metafore, a volte, rivelano strutture reali.
Calcoliamo i reciproci:

1/1 = 1
1/2 = 0,5
1/3 = 0,33
1/10 = 0,1
1/11 = 0,09

Notate cosa succede: man mano che si sale, la differenza tra un gradino e il successivo si riduce.
Il salto da 1 a 2 è enorme (0,5 di distanza). Il salto da 10 a 11 è quasi impercettibile (0,01).
Questo suggerisce qualcosa di controintuitivo: più si è complessi, più è facile diventare ancora un po' più complessi.
I gradini in cima alla scala sono ravvicinati. Quelli in basso sono abissi.

C'è un secondo elemento che questa metafora illumina bene.
Ogni livello di complessità non nasce dal nulla: porta con sé tutti i livelli precedenti.
Una cellula non è semplicemente "più di" un atomo - è atomi, organizzati in molecole, organizzate in strutture, organizzate in sistemi.
La cellula contiene la storia chimica che l'ha resa possibile.
Questo è ciò che la biologia chiama emergenza: proprietà nuove che appaiono quando elementi semplici si organizzano in strutture più elaborate.
Il bagnato non sta nell'ossigeno né nell'idrogeno. Sta nella loro relazione.
Mescolare due atomi di elio non produce nulla di nuovo - la complessità si somma solo in apparenza. Ma combinare elementi di natura diversa, in condizioni fisiche precise, può generare qualcosa che nessuno dei due componenti conteneva da solo.
È il salto evolutivo: non accumulo, ma trasformazione.

C'è un'immagine che trovo particolarmente potente per illustrare come i livelli di complessità si relazionano tra loro.
Prendiamo un neurone. È una cellula straordinariamente sofisticata: comunica, si adatta, forma connessioni.
Eppure non ha la minima "comprensione" - in nessun senso utile del termine - del cervello di cui fa parte.
Non sa nulla del pensiero che contribuisce a generare, del linguaggio, dell'emozione, del sogno.
Il cervello, al contrario, comprende il neurone: può studiarlo, modellarlo, persino manipolarlo.
La comprensione va sempre verso il basso nella scala della complessità, mai verso l'alto.
Questo non è solo un limite neurologico. È un principio generale: ogni sistema comprende ciò che lo compone, ma rimane cieco a ciò di cui fa parte.
Una persona capisce le proprie cellule meglio di quanto le cellule capiscano la persona. Ma quella stessa persona fatica a vedere i sistemi sociali, ecologici e cosmici di cui è, a sua volta, componente.

La domanda che emerge naturalmente è: si può accelerare questo processo? Si può salire la scala della complessità?
La risposta che propongo - e che la biologia in parte conferma - è che la conoscenza da sola non basta.
Accumulare informazioni non cambia la struttura di un sistema; lo riempie, ma non lo trasforma.
Quello che sembra fare la differenza è la combinazione di conoscenza ed esperienza vissuta: i due elementi insieme creano le condizioni perché emergano nuove proprietà, nuovi livelli di organizzazione.
È ciò che in biologia accade attraverso l'evoluzione, e che nell'esperienza umana potremmo chiamare - con le debite cautele - crescita o maturazione.
Non è accumulo. È riorganizzazione.

Le domande aperte restano molte.
Ogni cellula del nostro corpo ha "vissuto" tutta la storia evolutiva che l'ha portata ad essere ciò che è?
Esistono scorciatoie in questo percorso?
Sono domande affascinanti ma che meritano altri articoli per essere discusse.