Qualche giorno fa osservavo la piramide di Maslow e mi sono detto: con me questa roba non funziona.
Prima di spiegarvi perché, però, vale la pena ripassarla brevemente, perché è uno di quei modelli che tutti conoscono per sentito dire, ma pochi hanno guardato davvero da vicino.

La piramide di Maslow, o piramide dei bisogni, descrive cinque livelli di bisogni umani, disposti in ordine di priorità dal basso verso l'alto:

  • Bisogni fisiologici: mangiare, dormire, il sesso.
  • Sicurezza: fisica, lavorativa, familiare, di salute.
  • Appartenenza: amicizie, affetti familiari, intimità.
  • Stima: autostima, autocontrollo, rispetto reciproco.
  • Autorealizzazione: moralità, creatività, accettazione, assenza di pregiudizi.
L'idea di fondo è semplice e intuitiva: prima soddisfi la base, poi puoi permetterti il livello successivo. Difficile pensare alla creatività, se non hai da mangiare. Vale però la pena ricordare che lo stesso Maslow presentava questa gerarchia come un modello flessibile, non come una legge rigida. E la ricerca successiva gli ha dato in parte ragione: la gerarchia non è mai stata validata empiricamente in modo solido. È un modello nato dall'osservazione clinica, non da dati sistematici, e gli studi più recenti mostrano che i bisogni possono essere soddisfatti in ordine diverso e che persone prive di sicurezza di base possono comunque riportare una forte realizzazione personale.

Quindi perché parlarne ancora, se il modello scricchiola così tanto?
Perché, al di là della sua validità scientifica, resta un ottimo esercizio.
Provate a farvi questa domanda, magari con degli amici: quale gradino mettereste alla base? Quale in cima? E come ordinereste gli altri tre?

Se dovessi giocarmi questo gioco, il mio ordine, dal più importante al meno importante, sarebbe:

  1. Fisiologici
  2. Autorealizzazione
  3. Stima
  4. Sicurezza
  5. Appartenenza
Una bella differenza, rispetto all'originale.

Per me l'autorealizzazione è un valore primario, che sta molto più in alto - o più in basso, se guardiamo la piramide come fondamenta - rispetto alle amicizie, all'affetto familiare, alla sicurezza.
Fare un lavoro scadente, passare otto ore al giorno a fare qualcosa che non amo, corrisponde per me a un lento spegnimento della gioia di vivere.

Mi sono chiesto spesso a cosa sarei disposto a rinunciare pur di non perdere la mia spontaneità, il mio codice etico, la mia creatività.
Sono elementi talmente importanti da portarmi a dire: piuttosto non mangio, ma non posso rinnegare ciò in cui credo.

Viceversa ho conosciuto molte persone che hanno fatto la scelta opposta: hanno accettato compromessi, hanno messo la sicurezza - economica, sociale, familiare - davanti a tutto il resto.
Di queste, non ne ho conosciuta una sola che potessi definire davvero felice.
Non parlo di infelicità plateale, di crisi evidenti.
Parlo di una specie di spegnimento lento, quasi impercettibile: persone che hanno smesso di aspettarsi qualcosa di diverso dalla vita, che parlano del proprio lavoro con un misto di rassegnazione e ironia amara, che rimandano ogni progetto personale a un "quando avrò tempo" che non arriva mai.

È il mondo a forgiare persone piegate?
Ci troviamo in un buco di pensiero collettivo che ci sta privando della lucidità?
O è semplicemente pigrizia, insicurezza, sfiducia negli altri ad avere la meglio?

Non credo esista una sola risposta. Ma se devo scegliere da che parte pende la bilancia, propendo per l'insicurezza, più che per la pigrizia o per un complotto sistemico.
Rinunciare all'autorealizzazione per la sicurezza è spesso una scommessa apparentemente razionale: si scambia qualcosa di intangibile e rischioso (essere ciò che si vuole essere) con qualcosa di concreto e misurabile (uno stipendio, una routine, l'approvazione sociale).
È una scommessa che sembra vincente sulla carta, ma che si paga con gli interessi nel tempo, sotto forma di quella stanchezza esistenziale che vediamo in tanti.. e che spesso confondiamo con la normale fatica di vivere.

Non voglio però raccontarla come se io avessi trovato la formula giusta e gli altri no.
Anche io, in passato, ho scambiato alcuni gradini ed è forse proprio questo l'elemento che oggi mi rende così dissimile dagli altri, più che una virtù innata.
Ci sono stati periodi in cui ho messo la sicurezza economica sopra tutto, e ricordo bene la sensazione: non era infelicità acuta, era un rumore di fondo costante, la percezione di essere leggermente fuori fuoco rispetto a me stesso.

Tornare a mettere l'autorealizzazione in alto non è stato indolore.
Ha significato, in certi momenti, rinunciare a stabilità che altri avrebbero considerato irrinunciabili.
Non lo dico per vantarmene, lo dico perché credo sia onesto ammettere che ogni ordine nella piramide ha un prezzo, e che il mio prezzo è stato pagato in sicurezza, non in felicità.

Forse il punto non è stabilire un ordine "giusto", Maslow stesso non ci ha mai creduto fino in fondo.
Il punto è che quasi nessuno si ferma davvero a chiedersi qual è il proprio ordine, e finisce per vivere secondo una gerarchia scelta da altri: dai genitori, dalla società, dal mercato del lavoro.

Il vero esercizio, allora, forse non è tanto capire se Maslow avesse ragione, quanto usare la sua piramide come uno specchio scomodo.
Provare a cambiare ordine ci permette di comprendere che la vita non è un percorso forzato, ma un'esperienza che varia.
Giocando a cambiare l'ordine, io mi sono sentito più libero.

E anche se la libertà ha un costo salato, credo valga davvero la pena di rincorrerla.
Un costo che spesso sono gli altri a renderlo tale, non perché ce lo impongano direttamente, ma perché la libertà altrui è scomoda da guardare.
Ci ricorda che il non essere liberi dipende, quasi sempre, unicamente da noi stessi.
Sono poche le persone disposte a rischiare, a intraprendere un vero percorso di trasformazione pur di guadagnare più libertà: è molto più semplice demonizzare chi quel percorso lo ha fatto, che ammettere di non averlo nemmeno tentato.

Se doveste costruire la vostra, oggi, che ordine avrebbe?
E soprattutto: è l'ordine che avete scelto, o quello che avete semplicemente ereditato?