Da qualche tempo osservo una dinamica che mi preoccupa, e che sento il bisogno di condividere.
Vedo persone che si caricano di responsabilità con slancio genuino.
"Faccio il reggente", "faccio l'economo", "sono responsabile del gruppo X", "ho figli/nipoti piccoli", "ho i mezzi", "le sfere", "i circuiti", "il bosco", "devo portare Piovra".
Un entusiasmo che ammiro, davvero.
Ma poi osservo cosa succede nel tempo: l'intervista promessa rimane in sospeso da mesi, la presenza agli incontri diventa sporadica, i materiali attesi non arrivano mai, i lavori urgenti restano incompiuti.
Credo che valga la pena fermarsi a riflettere insieme.
Ricordo quando Falco parlava delle bugie: "Le persone che dicono bugie diventano meno dense, se la loro parola è vuota."
Mi sembra che lo stesso principio si applichi alle promesse non mantenute.
Non si tratta di malafede, quasi mai.
Si tratta di qualcosa di più sottile: la difficoltà di misurare onestamente le proprie forze.
Quando eravamo giovani, l'energia sembrava inesauribile.
Potevamo fare tutto, promettere tutto, e spesso mantenevamo.
Con gli anni, quell'energia si fa più rara.
E quella rarità non va combattuta - va accettata e compensata con qualcosa di diverso: saggezza, strategia, consapevolezza.
Cosa significa in pratica?
Significa imparare a dire no con lo stesso coraggio con cui diciamo sì.
Un no detto in tempo vale molto più di un sì che si sgonfia nel silenzio.
Significa fare il punto periodicamente tra ciò che abbiamo detto e ciò che abbiamo fatto.
Non per flagellarsi, ma per ricalibrarsi.
Un piccolo bilancio personale, anche mensile, può fare la differenza.
Significa scegliere poche cose e farle bene, invece di molte cose e farle male.
Una colonna che regge davvero, vale più di dieci colonne vuote.
Significa chiedere aiuto quando ci si accorge di non farcela, invece di sparire nel silenzio.
La comunità non si indebolisce quando qualcuno ammette i propri limiti, si indebolisce quando quei limiti vengono nascosti finché non diventano un problema per tutti.
Quello che vedo oggi - la lacerazione lenta della fiducia, i giovani sempre meno disposti a prendere incarichi - non nasce dalla mancanza di volontà.
Credo nasca da un accumulo di aspettative non onorate, piccole e grandi.
E si risolve non con più impegni, ma con impegni più veri.
Damanhur ha bisogno di colonne piene.
Ne bastano poche ma devono essere solide.
E ognuno di noi può scegliere di esserlo, a modo suo, nella misura giusta per sé.
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